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domenica 15 marzo 2015

Spunti da #BMO15 e i “palati fucilati”

La due giorni di Buy Maremma Online del 10/11 marzo scorso non è stato solo un evento importante per i temi affrontati e grazie al livello dei relatori dei vari panel, ma la rilevanza va ribadita per il semplice fatto che…c’è stato. E grazie ad un’iniziativa privata. Una shackerata di cui la nostra placida Maremma ne ha assoluta necessità, per non rischiare di sentirsi bella delle proprie potenzialità.
Tra l’altro, in un momento storico più difficile e nello stesso tempo caratterizzato da una congiuntura (sempre e solo potenzialmente) favorevole, data da un insieme di fattori quali il prezzo del petrolio, il cambio dell’euro e il quantitative easing della Bce, dicono quelli bravi che non si può non riprendere la via dello sviluppo, ma senza aspettare che questo ci cali dall’alto.

Restando nei nostri più limitati confini maremmani, ma con l’occhio sempre attento a ciò che ci succede attorno, tipo l’EXPO, l’attenzione di BMO è stata incentrata sui due binari dello sviluppo del futuro: l’innovazione nell’online e la cultura del food. Due elementi su cui non ci si può distrarre, nel senso che dobbiamo continuare ad approfondire e ad aggiornarci, e su cui dobbiamo fare “comunità”; tant’è che il messaggio finale è stato, nello stesso tempo, il nuovo titolo all’evento, e cioè Join Maremma Online (#JMO).
Da dove partire? Dai contenuti, naturalmente, e quindi dalla nostra tradizione enogastronomica che dobbiamo conoscere ed approfondire, il solo modo per poterla divulgare e proporla come esperienza ai nostri ospiti.

Ed è anche l’unico modo per “combattere”, o forse sarebbe meglio dire “correggere”, i palati fucilati. Rubiamo quest’espressione da un amico, per estremizzare e semplificare un concetto che ci permette di partire da lontano.

Il 70% delle biodiversità nel mondo, durante il secolo scorso, è andato perso ed a questa distruzione hanno contribuito le multinazionali dell’alimentazione, globalizzando il mercato mondiale e standardizzando i consumi. I global brand dell’industria alimentare sono i proprietari dei fucili che hanno “sparato” sui nostri palati, troppo spesso abituati ai soliti gusti e odori.
Nel nostro piccolo, come ha illustrato Francesco Gentili al BMO, abbiamo la possibilità di difendere e valorizzare 112 prodotti agroalimentari toscani “made in Maremma”, 11 dop e igp, mentre nell’ambito vinicolo 2 docg, 10 dop e un igt. Aggiungiamo inoltre che 4 sono i Presidi Slow Food in Provincia di Grosseto e 39 i prodotti dell’Arca del Gusto in tutta la Toscana.
Abbiamo quindi un patrimonio da valorizzare, nel senso di sfruttare letteralmente per dare la possibilità ai nostri ospiti di vivere un’esperienza davvero unica, non solo come banale slogan ma concretamente, grazie ai prodotti enogastronomici locali sia come ingredienti nei menù dei ristoranti sia come elementi della nostra storia.
Del resto, come indicato da LidiaMarongiu nella presentazione “Food & Travel Maremma”, nel food la componente che conta di più è il sapere, che non a caso ha il significato etimologico e originario di «avere sapore» (vedi anche il dizionario etimologico online).
Gli operatori si devono ritrovare insieme sotto una sorta di ruolo di divulgatori del sapere maremmano, dei sapori e dei profumi dei nostri prodotti, del piacere del nostro stile di vita.
Ed in un certo senso bisogna anche fare un po’ da educatori per far superare al palato fucilato che abbiamo di fronte la possibile difficoltà nel comprendere, sotto tutti i punti di vista, un sapore genuino e schietto, diverso dallo standard comune e salvatosi dall’inondazione dell’industria alimentare.

Il cibo, quello buono, pulito e giusto secondo i canoni slowfoodiani, è cultura, fatta con piacere, ma è anche economia, perché aiuta i produttori del proprio territorio (oggi si parla di chilometro zero, ma aggiungiamo anche il miglio zero, pensando al mare), e non dimentichiamoci della salute.

Se l’Expo sarà in grado di proporre questo messaggio al mondo, la Maremma non può che ritrovarcisi e trarne vantaggio, costruendo, tra l’altro, la cornice in cui unire la propria comunità economica e turistica, e ovviamente culturale.
Stay Joined!


Su questo da sottolineare l’intervento su CheFuturo! di Marco Gualtieri: “Expo, Seeds&Chips e perché parliamo dicibo e tecnologie digitali”.



 Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo  

domenica 2 novembre 2014

L’economia della condivisione: da Slow Food a internet.

Il precedente post (Terra Madre e Google, la rete fisica e la rete virtuale) riproponeva il messaggio del fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, alla presentazione della rispolverata Arca del Gusto in occasione dell’ultimo Salone di Torino, circa la forza e l’importanza della rete (e delle sue potenzialità politiche) insita in Terra Madre. Una rete fisica messa a confronto, ma non come alternativa, alla rete virtuale di Google e, se vogliamo, ad internet in linea generale.

La rete fisica e la rete virtuale sono due piani che si incrociano, si coniugano e creano un
formidabile sistema di comunicazione che, grazie al digitale ed alle nuove tecnologie, è in continua accelerazione; la stessa accelerazione a sua volta provocata nei processi economici, umani, culturali.
Nel caso specifico di Terra Madre, il filo che collega la rete è la difesa, la tutela e la valorizzazione della biodiversità dei tanti nodi della rete stessa (associazioni, produttori, contadini, pescatori, comunità del cibo, ecc.).

Più in generale il mondo virtuale di internet ha messo in collegamento le persone, in tempo reale: in fin dei conti si tratta di una cosa semplice che, però, ha ribaltato lo status della comunicazione. Nel marketing si è passati, in relativamente poco tempo, da una comunicazione diretta delle aziende verso il consumatore, dove protagonista era il prodotto, ad una comunicazione in cui al centro c’è l’utente ed il dialogo è alla pari. Un dialogo non più unidirezionale ma bidirezionale, o forse sarebbe più giusto dire fluido, nel senso che può essere condiviso con altri consumatori, perché non riguarda solo il prodotto e il bisogno che va a soddisfare, ma anche gli interessi, i valori e l’aspetto culturale.

Le imprese quindi si devono porre in modo diametralmente opposto rispetto a 15/20 anni fa e devono arrivare all’anima del consumatore e dei suoi interessi, anche perché egli non vuol essere più un soggetto passivo ma partecipativo al processo produttivo.
Internet e il web hanno permesso alle persone di essere protagonisti e produrre contenuti: pensiamo ai social network, pensiamo al mondo delle recensioni che possono determinare la fortuna o la sfortuna di prodotti o aziende.



Il consumatore co-produttore è anche uno dei protagonisti fondamentali della rete fisica di Slow Food e di Terra Madre, perché “nella dimensione locale il consumo diventa l’atto finale, non più separato, nel processo produttivo”. Una scelta attiva e consapevole verso un prodotto che dal campo coltivato va sulle nostre tavole è un atto politico che, nella sua semplicità, ci allontana dal giogo delle multinazionali che impongono la standardizzazione dell’alimentazione.
Co-produrre, essere co-produttori, significa far parte della comunità del cibo, insieme a chi coltiva, alleva, trasforma e distribuisce; significa condividerne le azioni virtuose e le idee di rinascita per un sistema del cibo che, tornando ad essere armonico ed equilibrato, permetta alla Terra di prosperare e rigenerarsi” (da Terra Madre, di Carlo Petrini, ed. Giunti).
Ed in questa dimensione locale il sistema economico riesce a difendere la biodiversità e quindi tutte quelle risorse naturali che hanno una propria specificità legata al territorio ed alla cultura dei luoghi e degli uomini che vi abitano. In un convegno dell’ultimo salone del Gusto c’è chi ha sintetizzato questo pensiero in “local branding contro global branding”.
La diversità e la specificità sono valori da difendere e tutelare, perché basilari per la tenuta delle economie locali.

Parallelamente, nella rete virtuale del web, dove il mercato è globale per definizione, chi vuol emergere va alla ricerca di una propria dimensione unica: è il tema della long-tail, modello economico secondo il quale le produzioni di nicchia hanno una maggiore possibilità di emergere nel mercato grazie alla minore concorrenza.
Non solo, dalla parte del consumatore l’esigenza è sempre più quella di essere parte di un’esperienza attiva ed unica, da condividere, naturalmente, in rete.

La globalizzazione della rete virtuale può quindi essere una grande opportunità per liberare le diversità e nello stesso tempo combattere i difetti della globalizzazione del sistema economico.

E’ un processo questo che, nel campo dell’online, è considerata una conseguenza del web 2.0, ma che Slow Food e Carlo Petrini dimostrano come possa essere legato a rinnovati principi di equilibrio economico mondiale grazie ad una rete fisica che li condivida.



Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

martedì 28 ottobre 2014

Terra Madre e Google, la rete fisica e la rete virtuale.

Terra Madre è una grande rete internazionale di comunità locali del cibo e nasce come l’evoluzione di Slow Food e della visione del suo fondatore, Carlo Petrini. Mentre Slow Food, come associazione ha una sua istituzionalità, attraverso ruoli e forma organizzativa, Terra Madre è un soggetto non lineare, ma fluido, dove “nessuno può dire di comandare”, dominata com’è “da un’austera anarchia, dettata dalla fiducia negli altri, nella diversità e nella natura” (Carlo Petrini, in Terra Madre, ed. Giunti).

E non può che essere così un soggetto che trova fondamento nella difesa della biodiversità, della cultura e dell’economia locale e nella loro valorizzazione.

I nodi di questa rete sono, come detto, “comunità del cibo”, appellativo con cui non si vuol individuare un’organizzazione vera e propria, ma semplicemente un insieme di persone che condividono valori culturali e temi a difesa del cibo – quello “buono, pulito e giusto”, naturalmente. E quindi possono essere associazioni di produttori, villaggi, gruppi d’acquisto (perché anche i consumatori sono, in qualche modo, co-produttori), gruppi di famiglie e quant’altro.

Per capire la filosofia di fondo della grande rete di Terra Madre si prenda ad esempio uno dei suoi progetti, quello dell’Arca del Gusto, rilanciato all’ultimo Salone del Gusto di Torino: è l’idea di caricare su questa immaginaria imbarcazione prodotti che appartengono alla cultura ed alla tradizione delle varie comunità del mondo e che rischiano l’estinzione a causa del diluvio universale provocato da un sistema produttivo globale che omologa e standardizza cibo e sapori. Basti pensare che nell’ultimo secolo abbiamo perso il 70% di biodiversità; è fondamentale quindi uno strumento, o più d’uno, che difendano i prodotti e quindi la loro storia, i mercati locali, l’agricoltura familiare, il valore del “chilometro zero”, e quant’altro utile a non farsi travolgere dalle multinazionali della standardizzazione.

(Lo stand dell'Arca del Gusto al Salone 2014)

Terra Madre è quindi una rete fisica, fatta di persone, con la propria cultura e la propria tradizione, unite proprio da questa (bio)diversità. E grande, se si pensa che 170 sono le comunità che si sono incontrate quest’anno a Torino e lo fanno ogni due anni dal 2004.

E Google?
Sempre in occasione dell’ultimo Salone, Petrini ha messo a confronto le due reti, quella fisica (Terra Madre) e quella virtuale (Google), raccontando l’episodio del suo incontro con Eric Schimdt (il capo dei capi di Google) a cui ha posto tre questioni fondamentali nel rapporto tra le due entità.
Salone del gusto 2014


Google è una rete virtuale straordinariamente più conosciuta di qualsiasi altra rete fisica, tuttavia non può considerarsi più importante: la rete fisica di Terra Madre è fatta di emozioni, di cultura, di umanità e comunque di quel calore che non è propria di quella virtuale. Sarebbe quindi un errore considerarla più importante di quella fisica.
Nello stesso tempo, la rete fisica farebbe errore altrettanto grande se non utilizzasse la rete virtuale per comunicare tra i propri soggetti e verso il mondo intero, non lasciando lo spazio alle grandi multinazionali; uno strumento quindi che possono utilizzare anche i contadini sperduti negli angoli del pianeta per confrontarsi con gli altri e per dar forza alla rete fisica.
La rete virtuale è quindi uno strumento al servizio dell’umanità e che va sfruttato come tale, evitando di farci sopraffare.
In ultimo, è fondamentale stabilire come la proprietà dei contenuti sia della comunità e dei suoi componenti: tutto quello che passa attraverso la rete non appartiene né a Google né a Slow Food ma alle comunità.

Condividere, quindi ma non appropriarsi.

In definitiva un bel confronto tra due mondi apparentemente distanti, tra l’altro sviluppatisi contemporaneamente (basti pensare che Slow Food nasce nel 1989 e Terra Madre nel 2004, in piena “era internet”), che trovano nell’economia della condivisione il punto d’incontro.
Un confronto replicabile sempre nel rapporto tra l’uomo, inteso come animale sociale, e internet.




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giovedì 28 novembre 2013

ll bisogno di buoni esempi

Siamo “santi, poeti e navigatori” oppure “pizza e mandolino”: diversi comunque sono stati gli appellativi, di apprezzamento o di disprezzo, che il popolo italiano ha ricevuto nella sua storia, ma tutti richiamano indirettamente alla nostra caratteristica principale, cioè la fantasia, la creatività.
Il pensiero corre naturalmente alla moda, ma in tutti i settori economici, culturali, sociali, ci distinguiamo per un “plus” creativo rispetto ad altri popoli: una caratteristica questa che è servita anche per superare le difficoltà cui la storia ci ha sottoposto.

Negli ultimi due anni, sembra, però, che la crisi abbia colpito anche la nostra fantasia: come diceva Farinetti, (V. post Da Petrini a Farinetti al turismo,il piacere come soluzione della crisi) siamo in un’impasse così grave che il paese sembra bloccato, “incriccato”, e non si riesce a trovare una via di uscita, come se pure la capacità tipicamente italiana di inventarsi una soluzione si fosse ridotta ai minimi termini. Sembra siamo in crisi di ispirazione e di inventiva.

C’è, quindi, bisogno di buoni esempi. Non nel senso dato nei contenuti del post sopracitato, e cioè quello dell’etica e della coscienza civica, di cui comunque abbiamo estrema necessità, ma come dimostrazioni positive e concrete che tutto nero non è. Case histories (come dicono quelli bravi) di persone o aziende che hanno superato ostacoli, momenti negativi, affrontato la crisi e superato le problematiche con il lavoro, la forza di volontà e un po’ d’estro. Intendendo per estro non solo la capacità creativa e innovativa dei protagonisti ma anche il coraggio di metterla in pratica, guardando con fiducia al futuro.
E allora troviamo e divulghiamo un po’ di buoni esempi che stimolino un minimo di ottimismo e facciano ripartire le rotelle e le sinapsi all’invidiabile fantasia italiana.

Portiamo ad esempio tre….esempi, di lettura.
Ed iniziamo citando ancora Farinetti con il libro (o ebook) “Storie di Coraggio, 12 incontri
con i grandi italiani del vino”, 12 interviste con uno schema invidiabile: il colloquio con il produttore di una grande cantina contestualmente alla degustazione di 5 vini (o birre). A parte il fatto che in una settimana (tanto è durato il viaggio) l’inventore di Eataly con i suoi compagni di viaggio ha assaggiato almeno 60 buoni vini, stimolando la curiosità del lettore “assetato”, si tratta comunque di interviste che raccontano il successo delle aziende visitate.
E’ pur vero che quasi tutte avevano le “spalle coperte”, nel senso di imprese già avviate dalla (o dalle) generazione (/i) precedente (/i), ma trovano il rilancio e l’affermazione nel mercato internazionale con…uno scatto in avanti: quando un’innovazione di processo produttivo o commerciale, quando un nuovo vitigno o un nuovo vino, quando uno scontro con la generazione precedente, sempre comunque il coraggio e talvolta la follia di guardare al futuro in modo nuovo.
Un coraggio comunque ponderato: “il coraggio – specifica nelle prime righe Farinetti - non è soltanto superamento della paure, determinazione nell’agire, forza d’animo. Il coraggio, per come lo vedo io, se non è accompagnato da capacità di analisi, studio attento dello scenario e tenacia, tanta tenacia, non è coraggio. Il coraggio, quello sano e fruttuoso, deve essere accompagnato dalla predisposizione al dubbio”.

Dalla terra del vino al mondo intangibile di Internet con l’ebook di Riccardo Luna, “Cambiamo tutto! La rivoluzione degli innovatori”.
È questo un testo che illustra le belle e talvolta affascinanti esperienze di chi ha davvero cambiato qualcosa nella sua vita o dove si è proposto con le proprie idee innovative. Qui l’ambiente comune è la rete “che cambia tutto e ci fa aprire l’ombrello invece di farci dire «piove, governo ladro»” e non vuol essere solo un insieme di racconti, ma soprattutto un incitamento a rovesciare il tavolo e a guardare avanti in modo diverso: il titolo e i vari sottotitoli sono una dimostrazione.
Il web è il protagonista ed è la grande mano che aiuta a condividere il sapere, a ispirare nuove idee oppure sogni che diventano idee, a rendere trasparente la politica, a migliorare la qualità della vita (e qui ci torna in mente SmartCities, di Vianello), a dar inizio a start up.
Non è un’esaltazione di Internet da parte di smanettoni, ma la prova provata della portata di un grande cambiamento in atto, dove tutti possono essere protagonisti, grazie all’uso intelligente e consapevole della rete.
Ed ecco l’esempio della virologa Ilaria Capua che, una volta isolato il virus dell’aviaria (in un laboratorio della nostra sanità pubblica), deposita l’impronta genetica in una banca dati aperta invece che in una ad accesso limitato come “consigliato” dall’organizzazione mondiale della sanità. Perché “se quella era davvero una pandemia, e lo era, dovevamo lavorare tutti assieme per batterla”.
Oppure la storia della InnTex, Innovative Textiles, un nome scelto in base al dominio punto com disponibile, che, da produttrice di macchine per cucire (dagli anni ’50), dopo il crollo del mercato, rinasce con la produzione di tessuti tecnici: i figli del fondatore ricomprano le vecchie macchine da cucire e le modificano producendo fili d’oro, di acciaio, di ceramica e dopo tante sperimentazioni, salvano l’azienda, rilanciandola. Ma l’idea con cui l’azienda ha svoltato è quella del plugandwear (attacca la spina e indossa il vestito), i vestiti smart, lanciati con un sito e-commerce con destinatari università, centri di ricerca, designer.
Una boccata di ottimismo razionale – specifica Luna – che lo porta a titolare l’ultimo capitolo con un significativo e ben augurante pensiero: del perché dobbiamo smettere di pensare di salvare i giovani, quando sono i giovani che possono salvare noi.

Infine, un libro di 3 anni fa, il cui titolo, proprio in questi giorni, è di disarmante attualità (politica): “Forza, Italia – come ripartire dopo Berlusconi”, di Bill Emmott. L’autore è un giornalista inglese, innamorato dell’Italia, che contrappone la Mala Italia alla Buona Italia. Emmott non fa sconti ai difetti della parte negativa della nostra nazione, ma indica anche vie da percorrere che possono far prevalere la parte positiva.
Nel suo viaggio trova buoni esempi nella pubblica amministrazione, nella politica, nell’associazionismo (Slow Food di Carlo Petrini, guarda caso!), nella società civile (le organizzazioni di AddioPizzo e Ammazzateci Tutti), nelle imprese.
È soprattutto nel racconto dello sviluppo delle aziende private (ad esempio, Planeta, Moncada Energy, Tecnam, Morellato ed altre) che si apprezza la creatività italiana di fare impresa e di emergere, anche in ambito internazionale, nonostante i ritardi e i difetti del nostro sistema-paese. Le strade prese dagli imprenditori intervistati sono sempre state in salita, ma son riusciti a diventare casi esemplari di eccellenza.
Anche se il libro è stato pubblicato prima dell’inasprimento della crisi in Europa e nello stivale, credo che le sue conclusioni siano sempre valide: “Eppur si muove, come ha detto Galileo. L’Italia può muoversi, se gli italiani lo vogliono. Può muoversi, se i lacci che la frenano vengono finalmente rimossi e alle idee ed energie positive viene concesso di trarre ispirazione e slancio le une dalle altre.”

Sarà anche vero che l’ispirazione non dà preavvisi e nemmeno si cattura, ma cerchiamo quantomeno di concimarne il terreno dove può nascere da un momento all’altro.



E poi c’è ispirazione e ispirazione J



Che cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione. 
(tratto da Amici Miei, di Monicelli- Germi, 1975)



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domenica 27 ottobre 2013

Da Petrini a Farinetti al turismo, il piacere come soluzione della crisi

Senza voler affrontare tematiche sulla politica (più o meno) d’attualità, l’intervento conclusivo della seconda giornata alla Leopolda (il raduno dei seguaci di Matteo Renzi), di sabato 26 ottobre, ha affrontato il tema della coscienza civica, non solo riferito alla politica, ma a tutti gli italiani; è stato Oscar Farinetti, l’imprenditore inventore di Eataly, ad utilizzare queste due parole per individuare un disegno di prospettiva futura per la politica italiana. Prescindendo dal recinto politico e partitico a cui evidentemente si voleva riferire, prendiamo solo i concetti-chiave espressi da Farinetti.

La premessa è la crisi nazionale che stiamo vivendo, ma soprattutto l’impasse in cui il sistema paese si è “incriccato” senza trovare una via di uscita: quale la soluzione per uscire da questa situazione? Una soluzione semplice, a detta dell’ideatore di Eataly: “se il singolo cittadino non ha coscienza civica questo paese non si smuove”. E non si riferiva soltanto al singolo, ma di conseguenza alle associazioni di categoria, alle parti sociali, ai gruppi perché in questo momento di crisi tutti stanno egoisticamente difendendo i propri interessi di parte. Serve invece un rinnovato senso civico che prevalga nelle scelte di tutti (dal governo ai cittadini, passando per gli enti intermedi) al contrario del corporativismo imperante. Come invertire questa tendenza? Col buon esempio che le istituzioni devono dare, diventando un obiettivo di governo. Se il cittadino vede buoni esempi che arrivano da chi li amministra, la coscienza civica prenderà facilmente piede tanto che diventerà un vero e proprio piacere. “In America uno che non paga le tasse non cucca”, questa l’idea di Farinetti. Il piacere quindi come elemento trainante di una vera e propria azione politica (nel senso più alto del termine) con un obiettivo di breve termine quale quello del ritrovamento del senso civico e un obiettivo di più lungo termine quale quello di uscire dalla crisi.

Il tema del piacere come sfondo di una strategia per cambiare uno status quo ricorre anche nei pensieri di un altro personaggio, già preso ad esempio in questo blog: Carlo Petrini, patron di Slow Food e Terra Madre.
Del resto Farinetti e Petrini hanno già un grosso punto di contatto grazie proprio alle loro "creature", rispettivamente Eataly e Slow Food, e quello del piacere è solo una conferma.
Già nel libro del 2009 su “Terra Madre”, Petrini individuava nel piacere un diritto di tutti i popoli come chiave per “non farci mangiare dal cibo”. Il piacere alimentare permette di scegliere con consapevolezza, senza demandare ad altri la scelta del cibo, evitando così l’omologazione dei prodotti e del gusto.

Il diritto al piacere, infatti, è uno dei pilastri su cui fonda l’ultimo documento congressuale 2010-2014 dell’associazione italiana di Slow Food, “Le conseguenze del piacere”, dove si legge, tra l’altro: “Il piacere è una condizione dell’impegno e viceversa. Perché c’è del piacere nell’essere impegnati, mentre l’impegno dà la possibilità di continuare a provare piacere […] impegnarsi per un mondo sostenibile è un’attività piacevole, che presuppone il piacere e non ha a che vedere con rinunce o mortificazioni dei sensi […] il piacere non è elitario e non ha nulla a che vedere con gli eccessi, ma piuttosto ha a che fare con la misura, con quel buon senso che si dovrebbe applicare in tutti i momenti della nostra vita”.

Concetti quindi che vanno a braccetto con la considerazione da cui siamo partiti in questo post, e cioè che la soddisfazione nello svolgere anche dei compiti impegnativi è un motore che può attivare un circolo virtuoso.

E l’appagamento crea azione, come avevamo affermato, trattando uno dei tanti temi del web marketing turistico, a riguardo del rapporto tra reputazione e soddisfazione (vedi post di luglio). 

L’importante è che l’azione che ne consegue sia sul binario giusto, quello del buon senso o dell’educazione civica, basi a loro volta del recupero del nostro sistema nazionale, che oggi sembra a corto, non solo di produzione e lavoro, ma anche di idee e fantasia.

Il piacere, quindi, per il rilancio?     





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