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sabato 6 dicembre 2014

My #BTO2014

Per come è concepito e organizzato, il BTO è come una grande scatola di puzzle, con cui ognuno può costruire il proprio quadro. Un quadro fatto di nuove conoscenze, in termini sia di persone che di contenuti, e che, portato a casa, ne arricchisce le mura.
All’entrata della mia personale sesta edizione (la settima ufficiale), c’era la sensazione che l’interesse verso le tematiche della manifestazione e la contemporanea esigenza di approfondirle fosse aumentata notevolmente: i dati sulle presenze (8.000, con un +15% rispetto al 2013) hanno confermato l’idea iniziale.
All’uscita di due giorni di percorso tra le 7 focus hall, la main hall e una sosta in uno stand (perché poi la BTO è anche un po’ fiera), ho cercato, come sempre, di ricostruire il mio personale “bottino” di spunti e idee da approfondire.


In effetti succede ogni volta così: si rileggono gli appunti e si va a ricercare le slide già viste, unendo alcuni di quei punti sui propri (tanto per rielaborare una citazione).
In particolar modo dalle “Cassette degli attrezzi”.

Tre esempi su tutti.
Il Webmarketing Roi e l’allocazionedel budget, di Giorgio Soffiato, perché con tutti i canali di vendita e promozione, bisogna avere un proprio metodo di scelta e soprattutto di controllo degli investimenti.
Il ruolo di Google nel mercato turistico, di Giorgio Tave (assente) e di Marco Quadrella (relatore), un doppio-slot dove si è affrontato l’orizzonte degli strumenti di marketing offerti, gratuitamente e non, da Big G.
Puoi fare a meno delle OTA?, di Gianluca Diegoli e Camilla Formisano, un approccio molto pragmatico e realistico sul tema della intermediazione online.
In quest’ultimo slot, il concetto principale che emerge è quello che non esiste una ricetta
una slide "rubata" alla presentazione
per tutte le strutture ricettive. Forse un’ovvietà, ma che spesso perdiamo di mira, travolti come siamo tutti i giorni da valanghe di informazioni, di pungoli e spinte ad andare in una direzione piuttosto che un’altra e tanti guru a sentenziare. Prima è fondamentale avere in mano il proprio prodotto, quindi affrontare una propria strategia, verificandola di volta in volta ed eventualmente modificarla. Vale per la scelta tra quanto ci serve di uso delle OTA e quanto di azioni di vendita diretta, così come per tutti gli aspetti e i temi affrontati nel turismo online.

Non perdere di vista i “fondamentali” è una regola che deve sempre valere ed in un certo senso l’ha affrontata Paolo Iabichino portando sul palco della Emirates Hall le storie di quattro Concierge (Human to Human). Un momento per certi versi provocatorio: racconti di ospitalità in mezzo a tanta digitalizzazione, per non dimenticarci mai che il turismo è fatto prima di tutto di rapporti umani ed ospitalità.



Nel personale tour alla due giorni fiorentina, son “ricaduto” altre volte sul tema della intermediazione/disintermediazione per “colpa” di Robi Veltroni.
La prima volta per un dibattito (troppo) sereno sulla parity rate e sulla sua grande contraddizione di fondo: da una parte gli albergatori che sottoscrivono clausole vessatorie per mantenere gli stessi prezzi (e stessa disponibilità) alle OTA e dall’altra l’esistenza di metamotori dove emerge che questa parità di tariffa non esiste. La sensazione è che un confronto di questo tipo potrebbe continuare all’infinito…
La seconda occasione è stata invece quella riguardante i ristoranti: Nicoletta Polliotto ha infatti proposto il panorama del booking online e delle OTA in un mercato ancora poco preparato al digitale, quello ristorativo, ma che rischia un notevole scombussolamento se non lo affronta con la dovuta preparazione.

Sempre in materia di turismo e food – tema che ha visto aumentare gli appuntamenti in questa edizione di BTO - è stato interessante il punto di vista degli Instragramers con una carrellata di best practies da sfruttare per la comunicazione online sia territoriale sia aziendale attraverso il social per immagini. Un esempio tra tutti il progetto #ItaliainTavola.

Ha anche generato una certa curiosità il fatto che il ministro Franceschini, intervistato poi da Carniani in Main Hall, abbia chiesto consigli ad una speaker degli Instragramers.
Sull’intervista, seguita non nella sua totalità, offro un’opinione controcorrente, perché personalmente ho trovato adeguate e corrette le risposte del ministro. Si è dimostrato concreto e preparato, nello spiegare ad esempio le peculiarità italiane di cui spesso non ci accorgiamo della loro importanza. Un esempio significativo è il confronto tra i nostri musei e quelli stranieri, dove non si considera mai la grandissima quantità di musei e luoghi aperti che ha l’Italia rispetto agli altri paesi e di conseguenza la dispersione dei visitatori tra tutti, mentre fa più audience la concentrazione dei visitatori al Louvre.
Per la gioia del Prof. Dall’Ara, ha sottolineato la unicità dell’ospitalità italiana quando si parla di alberghi diffusi, mentre sulla questione della classificazione delle strutture ricettive ha dato una visione ampia che va oltre quelle regionali e dovrebbe sfociare a livello europeo, tenendo presente il mondo delle recensioni online.

Concludo questo resoconto con altre due suggestioni.
La prima è quella del Bitcoin, la moneta digitale portata all’attenzione da Massimo Chiriatti con Filippo Pretolani (Gallizio) e Stefano Pepe di BitQuota: una moneta senza controllo o meglio controllata da tutta la comunità in rete, gestita esclusivamente da alcuni tipi di software, anonima e in via di sviluppo. Ad agosto 2013 i bitcoin in circolazione erano pari a 1,5 bilioni di $ americani e sta via via aumentando, ma è ancora difficile immaginare quale destino questo mezzo di transazione senza regole di tipo giuridico potrà avere. E’ una conseguenza del digitale e del web e anche solo per questo motivo va monitorato.

Infine, così come la BTO 2014 ha terminato, anche questo post lo fa con Booking.com e uno dei suoi membri del Leadership Team, Rob Ransom, che quasi provocatoriamente, dopo che per due giorni alla Fortezza da Basso molti hanno discusso (non esclusivamente per fortuna) su come disintermediare e come gestire la forza delle grandi OTA, ha proposto la propria soluzione. Ebbene sì, è Booking.com che ci propone la Soluzione (notare S maiuscola); come? Disintermediando, grazie a loro. Appunto.
E quindi un bel sito con tanto di booking engine e ottimizzazione seo. E non è una provocazione.

Vedremo più avanti i dettagli della proposta, ma intanto…..che si vuole di più?


Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

lunedì 10 novembre 2014

Maremma e turismo: crisi di parole.

Non che sia in atto un momento florido per l’economia e per il turismo maremmano e italiano, anzi l’esatto contrario. C’è tuttavia una crisi anche nell’uso delle parole con cui si definiscono i momenti storici, i problemi e le possibili soluzioni.
Anche lo stesso termine crisi, che mai come oggi è pieno di significato, è stato affiancato da sempre al quadro turistico maremmano, pure in periodi certamente migliori dell’attuale. A riguardare indietro, varrebbe l’adagio di quanto “si stava meglio, quando si stava peggio”.


Parallelamente al grido di dolore per la situazione di crisi, vengono a soccorrerci altre parole che hanno una loro stagionalità, quella autunnale, quando si fanno i resoconti della stagione (balneare) appena passata.

Giustamente, come fa anche il MaremmaMagazine di questo mese che riepiloga i recenti incontri sul tema svoltisi in provincia, se c’è un problema, facciamo un’analisi degli aspetti negativi e cerchiamo di valutare le azioni possibili per migliorare la situazione.
Ed ecco che ritornano le solite parole: “stagione”, con tutte le accezioni per superarla o quantomeno attenuarla (allungarla, oppure va in voga anche la destagionalizzazione); “fare sistema”, che dovrebbe voler dire dividerci i compiti che abbiamo pianificato insieme; “sinergia”, che è un po’ come il precedente; “potenzialità”, tutto quanto di bello e buono abbiamo da sfruttare; “riqualificazione” e “valorizzazione”, che si riferiscono alle risorse “potenziali”, messe da parte o sfruttate poco e male, così da trovare delle attrattività.

Probabilmente ne sfuggono altre che ciclicamente ritornano alla luce quando si parla di turismo ed anche negli ultimi convegni illustrati dalla rivista  hanno trovato il loro spazio. Del resto sono parole vuote che ne occupano poco, quindi entrano bene in qualsiasi tipo di ragionamento, col rischio che alla fine arriva la solita soluzione nel solito “portale” di informazione turistica “perché il web è la nuova frontiera del turismo”. Qualche tempo fa invece il risultato era la formazione di qualche “pacchetto” da portare nelle “fiere”.
Per fortuna, stavolta nulla di tutto questo.

A parte i giochi di parole, che sicuramente valgono per altre località italiane, segnali di diverso tono ci sono, sia in senso positivo che negativo.

Sempre su Maremma Magazine, giustamente nell’editoriale si fa riferimento ad una cabina di regia atta a coordinare una politica di promozione ed azione per il nostro territorio. Ma proprio dal lato della promozione territoriale è accaduto in questi anni tutto il contrario. A causa di una coperta sempre più corta di risorse pubbliche sono state chiuse le APT di livello provinciale per accentrare tutto su Toscana Promozione; le Provincie son state ridimensionate nelle competenze e le Camere di commercio nelle risorse. Tutto ciò col rischio che i vari Comuni, ognuno per sé potesse attivare una propria politica di promozione, ma anche qui c’ha pensato la spending review.

(nota polemica) E poi basti pensare che, in un periodo in cui si parla tanto di opendata, non si riesce a fare una cosa facile facile come quella di avere dati statistici in tempo reale sui vari flussi turistici che arrivano e pernottano nelle nostre zone, sia perché gli operatori non inviano i propri dati, sia perché non è stato approntato un sistema un tantino più efficace. (fine della nota polemica)

Mentre un esempio positivo è la rete dei Maremmans, un insieme di volontari che raccontano il territorio della provincia di Grosseto sul web.

E cioè, parole nuove, meno altisonanti di quelle di cui sopra: “rete”, non solo quella web ma anche quella associativa (offline) di soggetti che condividono le stesse passioni; “semplicità”, nell’obiettivo, ad esempio, di attivare conversazioni online sui tanti aspetti di un territorio; “conoscenza”, nel senso più ampio del termine e cioè nel senso di conoscere il territorio, di saperlo divulgare, di avere competenza negli strumenti che si utilizzano.

Del resto di quanto sia facile propagandare un luogo dove la qualità della vita è alto, era stata un’idea già espressa in queste pagine (la semplicità delturismo 2.0). Un concetto questo che vale per una destinazione come per un’azienda ricettiva, perché se la qualità del proprio prodotto è il contenuto della nostra comunicazione, i nostri ospiti sono i nostri naturali promoter. Non è il passaparola il migliore dei mezzi di promozione?

Dal lato del singolo operatore turistico privato, dobbiamo infine aggiungere altre due parole: “cultura” e “accoglienza”. Termini questi che hanno significati molto più profondi, molto più di valore, molto impegnativi e probabilmente proprio per tali motivi che c’è più difficoltà a pronunciarli.
Non c’aspettiamo che sarà un cambio di vocabolario a risolvere chissà quali problemi, ma un cambio di prospettiva, quello sì. È necessario.

Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

domenica 2 novembre 2014

L’economia della condivisione: da Slow Food a internet.

Il precedente post (Terra Madre e Google, la rete fisica e la rete virtuale) riproponeva il messaggio del fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, alla presentazione della rispolverata Arca del Gusto in occasione dell’ultimo Salone di Torino, circa la forza e l’importanza della rete (e delle sue potenzialità politiche) insita in Terra Madre. Una rete fisica messa a confronto, ma non come alternativa, alla rete virtuale di Google e, se vogliamo, ad internet in linea generale.

La rete fisica e la rete virtuale sono due piani che si incrociano, si coniugano e creano un
formidabile sistema di comunicazione che, grazie al digitale ed alle nuove tecnologie, è in continua accelerazione; la stessa accelerazione a sua volta provocata nei processi economici, umani, culturali.
Nel caso specifico di Terra Madre, il filo che collega la rete è la difesa, la tutela e la valorizzazione della biodiversità dei tanti nodi della rete stessa (associazioni, produttori, contadini, pescatori, comunità del cibo, ecc.).

Più in generale il mondo virtuale di internet ha messo in collegamento le persone, in tempo reale: in fin dei conti si tratta di una cosa semplice che, però, ha ribaltato lo status della comunicazione. Nel marketing si è passati, in relativamente poco tempo, da una comunicazione diretta delle aziende verso il consumatore, dove protagonista era il prodotto, ad una comunicazione in cui al centro c’è l’utente ed il dialogo è alla pari. Un dialogo non più unidirezionale ma bidirezionale, o forse sarebbe più giusto dire fluido, nel senso che può essere condiviso con altri consumatori, perché non riguarda solo il prodotto e il bisogno che va a soddisfare, ma anche gli interessi, i valori e l’aspetto culturale.

Le imprese quindi si devono porre in modo diametralmente opposto rispetto a 15/20 anni fa e devono arrivare all’anima del consumatore e dei suoi interessi, anche perché egli non vuol essere più un soggetto passivo ma partecipativo al processo produttivo.
Internet e il web hanno permesso alle persone di essere protagonisti e produrre contenuti: pensiamo ai social network, pensiamo al mondo delle recensioni che possono determinare la fortuna o la sfortuna di prodotti o aziende.



Il consumatore co-produttore è anche uno dei protagonisti fondamentali della rete fisica di Slow Food e di Terra Madre, perché “nella dimensione locale il consumo diventa l’atto finale, non più separato, nel processo produttivo”. Una scelta attiva e consapevole verso un prodotto che dal campo coltivato va sulle nostre tavole è un atto politico che, nella sua semplicità, ci allontana dal giogo delle multinazionali che impongono la standardizzazione dell’alimentazione.
“Co-produrre, essere co-produttori, significa far parte della comunità del cibo, insieme a chi coltiva, alleva, trasforma e distribuisce; significa condividerne le azioni virtuose e le idee di rinascita per un sistema del cibo che, tornando ad essere armonico ed equilibrato, permetta alla Terra di prosperare e rigenerarsi” (da Terra Madre, di Carlo Petrini, ed. Giunti).
Ed in questa dimensione locale il sistema economico riesce a difendere la biodiversità e quindi tutte quelle risorse naturali che hanno una propria specificità legata al territorio ed alla cultura dei luoghi e degli uomini che vi abitano. In un convegno dell’ultimo salone del Gusto c’è chi ha sintetizzato questo pensiero in “local branding contro global branding”.
La diversità e la specificità sono valori da difendere e tutelare, perché basilari per la tenuta delle economie locali.

Parallelamente, nella rete virtuale del web, dove il mercato è globale per definizione, chi vuol emergere va alla ricerca di una propria dimensione unica: è il tema della long-tail, modello economico secondo il quale le produzioni di nicchia hanno una maggiore possibilità di emergere nel mercato grazie alla minore concorrenza.
Non solo, dalla parte del consumatore l’esigenza è sempre più quella di essere parte di un’esperienza attiva ed unica, da condividere, naturalmente, in rete.

La globalizzazione della rete virtuale può quindi essere una grande opportunità per liberare le diversità e nello stesso tempo combattere i difetti della globalizzazione del sistema economico.

E’ un processo questo che, nel campo dell’online, è considerata una conseguenza del web 2.0, ma che Slow Food e Carlo Petrini dimostrano come possa essere legato a rinnovati principi di equilibrio economico mondiale grazie ad una rete fisica che li condivida.



Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

mercoledì 25 giugno 2014

Il turismo non esiste

Ma esiste l’accoglienza.

Il titolo di questo post non vuol far chiudere il blog, che, a parte qualche deviazione qua e là, affronta per lo più argomenti di carattere turistico. Tuttavia è la sintesi a cui si può arrivare dopo l’incontro con il Prof. Dall’Ara di lunedì 23 giugno, organizzato da Sistema Museo e Ama.Tur con provincia e comune di Grosseto. Era uno dei quattro appuntamenti di Destinazione Maremma su “turismo e social hospitality” nella nostra provincia: un approfondimento sui nuovi mezzi per comunicare e raccontare il proprio territorio.

In verità, il relatore non ha utilizzato questa espressione così tranciante, ma quasi: secondo lui sono i turisti che non esistono. Allargando il ragionamento ci si accorge, però, che non esiste neanche il turismo.

Riprendendo le tesi di Dall’Ara (sperando di non stravolgerle), noi italiani, operatori turistici in senso lato (dagli amministratori pubblici ai negozianti, dagli uffici informazioni agli hotel, ecc. ecc.), sappiamo fare meglio l’accoglienza che la promozione. A parte gli svarioni di comunicazione portati ad esempio (come il depliant dell’expo trovato a Canton in cinese tradizionale: come se da noi lo scrivessero in latino), il dato più eclatante è quello secondo cui l’Italia è la meta più ambita nel resto del mondo, ma tale primato non corrisponde un altrettanto predominio in termini di arrivi dall’estero. Insomma gli stranieri ci sognano…poi si svegliano e vanno da un’altra parte. Di sicuro da chi si sa vendere meglio.

E allora, considerato che il passaparola - che sia online od offline poco importa - è ancora oggi l’ispiratore migliore nello scegliere i luoghi di vacanza, sono gli attuali ospiti i nostri promotori di domani. Quindi accogliamoli bene, anzi meglio.

Infografica sui risultati di una ricerca di Google e Ogilvy su quali fonti influenzano le decisioni d'acquisto

L’operatore italiano deve “solo” che esprimere quello quanto è già insito nella propria cultura e tradizione. E in questo l’analisi del linguaggio viene in aiuto: il termine “ospite” (che deriva dal latino “hospes”) ha il doppio significato di riferirsi a chi ospita e a chi riceve ospitalità. E’ un bellissimo esempio per capire quanto profondamente la capacità di accogliere sia innata nel popolo latino, che va oltre l’affitto della camera o del posto letto: è un incontro tra chi arriva e chi risiede in un determinato luogo, senza barriere, quasi fosse un abbraccio.

L’accoglienza è quindi una cultura, è un modo di essere, uno stile di vita ed è un’esperienza che si può far vivere a chi viaggia. Non è quindi solo un problema economico perché non può essere valutato in termini monetari: lo si può percepire quando una serie di caselle sono messe al loro posto. Si tratta di un sistema dove hanno importanza le risorse umane, non solo per la cortesia che possono esprimere, ma soprattutto per la competenza e la vocazione nel ruolo che ricoprono; l’organizzazione degli spazi in cui fisicamente si accolgono i propri ospiti (intenderei nello spazio non solo il tangibile, ma anche il suono e il profumo); il linguaggio con cui ci si rivolge, sia per i contenuti (chiaramente appropriati al contesto) sia per il tono; la relazione che si instaura grazie all’ascolto, al tempo e all’attenzione dedicata, alla fiducia ed all’amicizia instaurata.

Il significato di accoglienza espresso da Dall’Ara è quindi molto più profondo di quello letterale. Ed anche più ampio, nel senso che non riguarda solamente l’operatore alberghiero o il commerciante: in una destinazione turistica i residenti e l’intera comunità con cui ha a che fare un ospite che vi giunge fanno parte del sistema dell’accoglienza. Il turista, che non è più tale, perché sia realmente ricevuto deve saper e poter vivere come un abitante del luogo.

“reinterpretare i prodotti in chiave relazionale”

Ecco dunque che il turista non esiste. Non è più un cliente, è un ospite, che sentendosi uno di noi, condividerà e racconterà la propria esperienza al ritorno, incuriosendo altri potenziali ospiti.

E’ il marketing dell’accoglienza sintetizzato in pochissime righe, che supera l’accezione negativa che ha acquisito nel tempo il termine “turista” e “turistico”. Basti pensare al “menù turistico” che equivale a dire “pochi euro per poca qualità, tanto per evitare la fame”.

Ma se non esistono i turisti, non esiste neanche il turismo. Non è così consequenziale, ma quasi.


Laddove si viene accolti in un contesto dove la qualità della vita è buono, anche l’esperienza del viaggiatore sarà positiva e da replicare. In questo ragionamento vale il territorio, come ambiente salubre e come valore paesaggistico, lo stile di vita, come atteggiamento propositivo e culturale di una comunità, e altri attori e fattori che influiscono sul buon vivere. Pensiamo ai servizi pubblici, come la viabilità (o meglio mobilità), il servizio idrico e fognario, i servizi di comunicazione in genere (dalla posta all’adsl), la sicurezza, la pianificazione urbanistica, sia per la tutela ambientale sia per lo sviluppo dei servizi alla persona, ecc. ecc. Quei servizi e quell’insieme di fattori che determinano se si vive bene o meno in un determinato luogo, sono gli stessi che stanno alla base dell’identità di una destinazione turistica. Pardon, della buona accoglienza.

Sotto un altro punto di vista, un assessore all’urbanistica che decide di far costruire un hotel in una posizione particolare oppure di fare un parcheggio sotterraneo vicino ad un tratto di costa accessibile, al pari di un assessore al personale che propone ai vigili un corso di lingua inglese, determinano la maggiore o minore propensione all’ospitalità di un comune e di un territorio più di un loro pari grado con deleghe al turismo.

Quindi cos’è il turismo? Niente, come una volta disse il Prof. Barucci, un economista che si è anche occupato della materia. Oppure, ancora più semplicemente, non esiste (sempre che si comprenda la sottile differenza tra "essere niente" e "non esistere").


Dall’accoglienza al marketing dell’accoglienza. E quindi anche dalla politica del turismo alla politica dell’accoglienza.





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giovedì 24 ottobre 2013

Smart Cities, una visione 3.0 per il futuro delle città

“Smart Cities, gestire la complessità urbana nell’era di internet” di Michele Vianello (Maggioli
Editore) è un libro che potrebbe sembrare dedicato a professionisti di urbanistica e tecnologia o a pubblici amministratori. In realtà, per l’argomento che tratta e per l’impostazione data dall’autore, ha un orizzonte più ampio di quello che il titolo vorrebbe offrire. Il tema infatti non è tanto la città, come fisicamente la immaginiamo o la vediamo, quanto la possibilità di viverla e di plasmarla secondo le innovative possibilità che offre internet, la condivisione del social networking, il cloud computing, il crowdsourcing e tutto quanto è messo a disposizione dalla tecnologia ICT (Information and Communication Technology). E, come ripetutamente ci ricorda Vianello, la città intelligente non è un insieme di hardware e software, bensì “il luogo dove le persone, usando consapevolmente il web, beneficiano di conoscenza diffusa, la vivono e la implementano costantemente attraverso le loro attività”; è un processo, in continua evoluzione, perché in continua evoluzione sono quei fattori abilitanti che facilitano la condivisione dei dati e delle informazioni (tra city users e Governance della città, ma in maniera bidirezionale), creando conoscenza e facilitando lo sviluppo e il miglioramento della qualità della vita.
Un esempio banale, ma utile a capire il concetto, è quello del traffico (pag. 44): “i commenti che ognuno di noi posta su Twitter ogni mattina taggati #traffico possono costituire una fonte infinita di conoscenza generata “sul campo”, a disposizione di una Governance cittadina che deve concordare decisioni in materia di viabilità pubblica.”

Ma è quasi riduttivo confinare questa visione in una city, è l’immagine del futuro di qualsiasi comunità.

Naturalmente, alla base di tutto c’è il web, come strada dove viaggiano i dati, e gli oggetti, che dialogano grazie ad esso (internet of things). Ma non solo. La comunicazione e la condivisione è tra oggetti, persone, processi: sono le persone intelligenti che fanno gli oggetti smart. Siamo certi che anche l’autore supererebbe la definizione di Internet of Things per approdare a quella di Internet of Everything.

The Internet of Everything is the intelligent connection
of people, process, data and things.



Tutta la prima parte del libro è dedicata a descrivere la vision della smart city, fino ad una sintesi di principi per definire compiutamente e schematicamente la città intelligente e la rivoluzione che si porta dietro.

59. La città intelligente, la fine di tutte le vostre certezze. L’inizio di una società migliore

Se ci fermiamo a riflettere, l’uso di smartphones e delle apps, piuttosto che dei social network oppure di Skype, ha cambiato e migliorato la vita quotidiana e, in particolar modo, professionale di molti di noi, ma l’appello che lanciano i capitoli del libro, alle Pubbliche Amministrazioni in particolare, è di esserne consapevoli e permettere di aumentarne le potenzialità. Ed uno dei tanti ostacoli da superare è quello della privacy per aprire i dati e le informazioni che sia i privati che il pubblico producono di continuo. Il flusso dei dati va aperto perché “la città così impara e insegna”, ma serve una nuova consapevolezza sul valore da dare alla privacy. Secondo l’autore, è la Governance della città intelligente (intesa non solo come istituzioni democratiche ma allargata agli stakeholder della city) ad acquisire tale consapevolezza, promuovendo, per finalità pubbliche, pratiche di condivisione di apertura dei dati.

La seconda parte del libro decreta la fine della pianificazione strategica delle città: se nel ‘900 si pianificava lo sviluppo di una città destinando aree alle varie attività umane (sociali ed economiche), finendo col consumare territorio in periferia, la tecnologia ICT consente di superare le necessità dello spazio fisico e temporale dei lavoratori per le loro attività, evitando così di progettare ulteriori espansioni urbane.
Si devono muovere i dati, non l’uomo, consentendo al lavoratore di non spostarsi da casa, di lavorare per obiettivi (e non per orario) e alla città di respirare, diminuendo le congestioni di traffico per gli spostamenti delle persone verso i luoghi di lavoro. Il lavoro si decontestualizza.

In molti punti, l’autore sottolinea le conseguenze positive sull’ambiente (per il traffico, per il risparmio energetico) di questa rivoluzione; così come non dimentica la necessità di superare il digital divide tra generazioni e tra comunità o classi di persone.

Nella parte finale vengono poi descritti alcuni progetti di innovazione intelligente della città: dalla scuola sostenibile ai trasporti intelligenti, dalla Smart Health alla dashboard per la Governance. Infine si cerca anche di dare dei consigli di ordine organizzativo ad un potenziale sindaco che volesse aggiungere nel proprio programma elettorale l’obiettivo di rendere smart la propria città (del resto l’autore è stato Vicesindaco di Venezia).
E’ chiaro che sono necessari alcuni fattori (wifi, open data by default, cloud computing, pratiche di bring on your device, partecipazione dei city users), ma la Pubblica Amministrazione insieme ai principali attori della città devono superare gli ostacoli per lo più culturali affinché l’innovazione tecnologica possa produrre sviluppo sostenibile economico e sociale (principio n. 3: la città intelligente è popolata da persone e imprese intelligenti, ed è amministrata da Governance intellingenti).

L’hardware per una smart city esiste già, quello che manca è il coraggio di sognare.

Ogni qual volta nella società si manifesta una devianza di un certo rilievo, i paladini dello status quo insorgono per denunciare pubblicamente l’immoralità. Liberare gli schiavi fu proclamato immorale. Lo stesso avvenne per il voto alle donne, per non parlare del movimento per il lavoro femminile. Qualche generazione dopo, la maggiora parte di noi è giunta alla conclusione che a essere immorale era lo status quo – perlomeno riguardo a tali questioni – e che la nuova normalità (quella ai tempi bollata come devianza) configura anche la nuova etica. No, essere strambi non significa essere immorali.

Questa la citazione di Seth Godin (“Siamo tutti strambi. La nuova era del marketing su misura”, Sperkling&Kupfer, 2011) con cui si conclude il libro invitando a riflettere sulla visione al futuro che le sue pagine contribuiscono a darci.




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domenica 14 luglio 2013

Turismo e Reput’azione: il libro.

Curato da Roberta Milano e Francesco Tapinassi, il libro è una guida per addentrarsi e “navigare” nel mondo della reputazione online, grazie anche ai contributi di altri co-autori.
Definire il libro come una guida non vuol sminuirne il valore, anzi sintetizza il lavoro di ricerca e di studio sul fenomeno web 2.0 e sulle conseguenze per le destinazioni e le imprese turistiche, fino a riportare consigli ed esempi pratici sulla gestione della online reputation.

Che si tratti di un hotel, di un ristorante o di una località nulla cambia rispetto all’esigenza di creare un giusto rapporto qualità/prezzo nell’offerta turistica: sono cambiati e sono ampliati gli strumenti con cui si forma e si comunica l’immagine dell’offerta turistica stessa. Non dobbiamo farci sorprendere da questi cambiamenti, anzi vanno sfruttati al meglio. Anche quando arriva la recensione negativa.

Il libro fa il punto della situazione ad oggi di come il web abbia cambiato il mercato turistico e di come continuerà a farlo: se per qualcuno è già difficile comprendere le dinamiche del web, figuriamoci se lo si mette di fronte alla geolocalizzazione e al mobile. Ma non bisogna scoraggiarsi, perché non è una rivoluzione controllabile se si pensa ad una minaccia da cui difendersi, diventa però gestibile se se ne affrontano le dinamiche.

Un passaggio del primo capitolo di Roberta Milano sintetizza in modo efficace l’evoluzione in atto: “Nel passaggio dai pc fissi agli smartphone l’attenzione preminente è spostata dall’informazione all’emozione, dall’oggettivo al soggettivo, dalla razionalità all’esperienza. Non importa che il viaggiatore si faccia artefice in prima persona di questa pancia che emerge dai racconti o rimanga semplice spettatore, resta una legittima scelta. Pesa invece il salto di piano narrativo in cui la comunicazione, attiva o passiva che sia prende forma. Il mondo del turismo comincia ad occuparsi e preoccuparsi della “brand reputation informativa”, relativa alle recensioni come tutti le conosciamo, basate su pulizia, ingredienti, carta dei vini, frutta a colazione o metri quadri della stanza. E’ importante: tardi – in Italia – ci siamo purtroppo accorti che le persone commentavano e, sulla base dei commenti, sceglievano […]. Tuttavia il parametro forse più importante rimane l’accoglienza, un concetto antico che già dall’etimologia (raccogliere presso di sé) coinvolge la sfera dell’affettività afferendo, in certo qual modo, a quella che io definisco la “brand reputation emotiva” di cui pochi si interessano”.

Nel capitolo (di Francesco Tapinassi) dedicato al SIRT (Social Information Revolution in Tourism) si delinea il quadro del mondo della reputazione online, offrendo, numeri, analisi e spunti di riflessione su come gli attori del mercato turistico non sono solo gli operatori ma sono diventati soprattutto i viaggiatori.

Si collega come una sorta di appendice pratica il capitolo successivo (di Nicola Zoppi) dedicato a 50 case histories di recensioni d’hotel, esempi pratici di come si può o non si può rispondere a commenti positivi o, soprattutto, negativi.

Di particolare impatto, visto che si parla di “soldi”, il tema degli effetti della reputazione e della gestione del web marketing sulle tariffe e quindi sul fatturato (di SergioFarinelli).

La reputation viene poi analizzata (da Robi Veltroni) rispetto ad un altro fenomeno nato dal web 2.0, e cioè il social commerce, l’incontro tra il mondo dei social network e l’e-commerce: vere e proprie community nate con lo scopo di fare acquisti in comune. La conseguenza diretta è stata la nascita del couponing (vedi Groupon), aziende formatesi con l’obiettivo di trovare (in alcuni casi creare) offerte vantaggiosissime e girarle (a mezzo di newsletter) agli iscritti alle proprie mailing list. Il prezzo, o meglio il fortissimo sconto, è la leva di questo sistema, che ha creato non pochi problemi alla reputazione e, in alcuni casi, alla tenuta economica di alcuni operatori che non ne hanno fatto un uso ponderato.

Nell’ultimo capitolo (di Massimiliano Gini) si prende l’esempio della reputazione di una destinazione turistica, un territorio a caso J, la Maremma e il suo Brand Index, presentato tra l’altro, all’ultima BTO di Firenze.

Ulteriori esempi pratici vengono riportati nella parte finale, relativi a destinazioni turistiche e ad imprese ricettive e ristorative.

L’utilità di questo libro può essere apprezzata non solo da chi già affronta (o almeno ci prova) le problematiche della web-reputation, ma soprattutto da chi non lo fa o pensa che sia inutile farlo, perché comunque – e come si evince dal titolo (1)- c’è bisogno di azione.

(1)Nota: da Paolo Iabichino “Reputazione è una parola che ha l’agire dentro il nome”


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