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mercoledì 24 dicembre 2014

Turismo online, quanto (non) cambierà per il 2015

A fine anno di solito si traccia un resoconto di quanto è accaduto nell’anno in via di conclusione oppure si tenta una previsione dell’immediato futuro. Questo rituale viene svolto in tutti i campi, ma il settore del turismo online ha acquistato un po’ di vetrina grazie a due notizie recenti: Booking.com che modifica i termini circa la parity rate e Tripadvisor che viene multato.

Iniziamo però con una premessa da fare sullo stato del turismo italiano.
Da una parte infatti ci sono buonenotizie sui movimenti turistici: l‘Unwto barometer (il report statistico dell’Organizzazione Mondiale del Turismo) registra il 2014 come l’anno record per il turismo, che “è destinato a chiudersi con un volume di oltre 1,1 miliardi di viaggiatori, segnando nei primi 10 mesi una crescita del 5%, superiore alle aspettative degli analisti”.
C’è un gran movimento fuori dai nostri confini, dentro i quali, tuttavia, non si riesce ad approfittarne. Anzi, chiudono le strutture più direttamente dedicate al turismo: secondo Confesercenti le imprese per alloggio e ristorazione sono diminuite nel 2014 rispetto all’anno precedente di 12.257 in Italia, di 1.010 in Toscana e di 76 in Maremma.
E’ vero che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono sicuramente settori più specifici nell’ambito turistico che vanno controcorrente rispetto all’arretramento generale, come ad esempio nei viaggi di lusso dove l’Italia surclassa tutti, secondo una recente ricerca di SHL (Small luxury hotels of the world). Resta purtroppo il fatto che il made in Italy è nei sogni di tutti (vedi Turismo e Made in Italy, ancore di salvezza), ma nelle realizzazioni (nel senso materialistico del guadagno – o revenue per i più sofisticati) di altri; e finché il sistema italiano (non quello turistico ma nazionale) non si sblocca, nulla può cambiare (vedi Il turismo non esiste).
Spostandoci sul campo delle opportunità offerte dal mondo della Rete, leggere che si voglia
costruire una OTA (agenzia di viaggio online) nazionale ormai non fa più stupire. Magari rassegnare si, considerato che sarà l’ennesimo errore (con spreco di denaro pubblico annesso) già fatto in alcuni livelli regionali, provinciali e talvolta comunali per fare la concorrenza a intermediari mondiali dal patrimonio pari a sistemi economici di alcuni stati.
In realtà sembrava cambiato qualcosa, quando Booking.com ha proposto (vedi [(dis)im]parity rate) di concedere agli hotel di vendere a tariffe diverse da quelle indicate nel loro sito. Con una piccola clausola, perché la parity rimanga con i prezzi offerti direttamente dal sistema di prenotazione di proprietà degli alberghi. E’ divertente pensare che magari questa idea la possa proporre anche Expedia. Una situazione da corto circuito tariffario, destinata, comunque la si veda, a non modificare i rapporti tra gli operatori e le potenti agenzie online.

Una situazione, invece, sembra si stia modificando tra questi ed altri grandi attori del web. Schematizzo per semplificare:
Booking.com nasce come OTA e nel tempo ha aggiunto le recensioni con possibilità di risposta da parte degli operatori, e una sorta di grande guida per decidere dove andare (basta infatti inserire i propri interessi e il “portalone” propone alcuni consigli);
Expedia non è da meno, benché il “cosa fare” è un po’ meno attrattivo;
Trivago è un metamotore che mette a confronto le tariffe degli hotel e fa una sintesi delle varie recensioni online, dando la possibilità di farlo direttamente sul proprio sito (anche qui con risposta);
Tripadvisor nasce come un grande contenitore dei giudizi dei viaggiatori su hotel, ristoranti, destinazioni e attrazioni, con possibilità di risposta e ultimamente offre tariffe di voli, mette a confronto le singole tariffe degli hotel, dà la possibilità di prenotare la struttura e naturalmente è di per sé una immensa guida;
Google nasce come motore di ricerca, ma con l’implementazione di tantissime funzioni ha prodotto hotel finder, comparatore di prezzi con possibilità di prenotare anche direttamente la struttura prescelta, le local page dove trovare la posizione dell’hotel e le sue recensioni.

Tutti questi operatori hanno naturalmente le proprie applicazioni per il mobile con geolocalizzazione delle offerte.
In pratica ognuno di questi è nato con una sua specificità e nel tempo ha ampliato il ventaglio di opportunità per il navigatore, diventando un po’ più simile agli altri.
E se anche altri attori si affiancheranno a questi (vedi Amazon) non potranno che assomigliarsi un po’ anche loro, con la necessità di aumentare gli sforzi verso due direttive. La prima è il mobile che sta sempre più aumentando il proprio mercato e l’altra la personalizzazione delle ricerche. Già su questa Mr G la fa da padrone profilandoci di continuo così da modellare gli avvisi pubblicitari su misura, ma anche il Gufo sta facendo la sua parte proponendoci classifiche personalizzate di strutture in base alle nostre recensioni e a quelle dei nostri amici (di Facebook).
Assistiamo quindi ad una sorta di omologazione di questi grossi calibri.

(Per capire la forza dei grandi attori del turismo online,
la classifica delle impressions in USA pagate a google tramite adwords)


Recente è la notizia della sanzione di 500 mila Euro a Trip da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per scorrettezza della pratica commerciale realizzata consistente “nella diffusione di informazioni ingannevoli sulle fonti delle recensioni, pubblicate sulla banca dati telematica degli operatori, adottando strumenti e procedure di controllo inadeguati a contrastare il fenomeno delle false recensioni. In particolare, TripAdvisor pubblicizza la propria attività mediante claim commerciali che, in maniera particolarmente assertiva, enfatizzano il carattere autentico e genuino delle recensioni, inducendo così i consumatori a ritenere che le informazioni siano sempre attendibili in quanto espressione di reali esperienze turistiche.”
In realtà il claim principale è stato un po’ cambiato, spostando l’attenzione dall’essere il più grande portale di recensioni ad essere il più grande portale di viaggi.
E’ vero anche che quel 10% circa di false recensioni potrebbero essere limitate ancor di più con strumenti maggiormente attenti.
Un esempio tra tutti sarebbe quello di non permettere più l’anonimato agli autori dei commenti, ma questo cambiamento comporterebbe una grossa modifica delle procedure di gestione. Perciò, possiamo pure non aspettarcelo, perché magari al Gufo conviene pagare anche un’altra multa.

Ci sarebbe infine il tema dei Big Data, questa mole enorme di dati e informazioni che, se non ben gestita, rischia di farci affogare nel mare della rete. Tuttavia su quest’argomento invito a leggere “Più dei Big Data serve la Big Idea” di Massimo Chiriatti, che spiega bene come serva un metodo di gestione, altrimenti il rischio è di perderne l’opportunità.

In definitiva, cosa dovremmo aspettarci dal 2015?

Nulla, stiamo solo con le antenne sempre attente.


Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

martedì 28 ottobre 2014

Terra Madre e Google, la rete fisica e la rete virtuale.

Terra Madre è una grande rete internazionale di comunità locali del cibo e nasce come l’evoluzione di Slow Food e della visione del suo fondatore, Carlo Petrini. Mentre Slow Food, come associazione ha una sua istituzionalità, attraverso ruoli e forma organizzativa, Terra Madre è un soggetto non lineare, ma fluido, dove “nessuno può dire di comandare”, dominata com’è “da un’austera anarchia, dettata dalla fiducia negli altri, nella diversità e nella natura” (Carlo Petrini, in Terra Madre, ed. Giunti).

E non può che essere così un soggetto che trova fondamento nella difesa della biodiversità, della cultura e dell’economia locale e nella loro valorizzazione.

I nodi di questa rete sono, come detto, “comunità del cibo”, appellativo con cui non si vuol individuare un’organizzazione vera e propria, ma semplicemente un insieme di persone che condividono valori culturali e temi a difesa del cibo – quello “buono, pulito e giusto”, naturalmente. E quindi possono essere associazioni di produttori, villaggi, gruppi d’acquisto (perché anche i consumatori sono, in qualche modo, co-produttori), gruppi di famiglie e quant’altro.

Per capire la filosofia di fondo della grande rete di Terra Madre si prenda ad esempio uno dei suoi progetti, quello dell’Arca del Gusto, rilanciato all’ultimo Salone del Gusto di Torino: è l’idea di caricare su questa immaginaria imbarcazione prodotti che appartengono alla cultura ed alla tradizione delle varie comunità del mondo e che rischiano l’estinzione a causa del diluvio universale provocato da un sistema produttivo globale che omologa e standardizza cibo e sapori. Basti pensare che nell’ultimo secolo abbiamo perso il 70% di biodiversità; è fondamentale quindi uno strumento, o più d’uno, che difendano i prodotti e quindi la loro storia, i mercati locali, l’agricoltura familiare, il valore del “chilometro zero”, e quant’altro utile a non farsi travolgere dalle multinazionali della standardizzazione.

(Lo stand dell'Arca del Gusto al Salone 2014)

Terra Madre è quindi una rete fisica, fatta di persone, con la propria cultura e la propria tradizione, unite proprio da questa (bio)diversità. E grande, se si pensa che 170 sono le comunità che si sono incontrate quest’anno a Torino e lo fanno ogni due anni dal 2004.

E Google?
Sempre in occasione dell’ultimo Salone, Petrini ha messo a confronto le due reti, quella fisica (Terra Madre) e quella virtuale (Google), raccontando l’episodio del suo incontro con Eric Schimdt (il capo dei capi di Google) a cui ha posto tre questioni fondamentali nel rapporto tra le due entità.
Salone del gusto 2014


Google è una rete virtuale straordinariamente più conosciuta di qualsiasi altra rete fisica, tuttavia non può considerarsi più importante: la rete fisica di Terra Madre è fatta di emozioni, di cultura, di umanità e comunque di quel calore che non è propria di quella virtuale. Sarebbe quindi un errore considerarla più importante di quella fisica.
Nello stesso tempo, la rete fisica farebbe errore altrettanto grande se non utilizzasse la rete virtuale per comunicare tra i propri soggetti e verso il mondo intero, non lasciando lo spazio alle grandi multinazionali; uno strumento quindi che possono utilizzare anche i contadini sperduti negli angoli del pianeta per confrontarsi con gli altri e per dar forza alla rete fisica.
La rete virtuale è quindi uno strumento al servizio dell’umanità e che va sfruttato come tale, evitando di farci sopraffare.
In ultimo, è fondamentale stabilire come la proprietà dei contenuti sia della comunità e dei suoi componenti: tutto quello che passa attraverso la rete non appartiene né a Google né a Slow Food ma alle comunità.

Condividere, quindi ma non appropriarsi.

In definitiva un bel confronto tra due mondi apparentemente distanti, tra l’altro sviluppatisi contemporaneamente (basti pensare che Slow Food nasce nel 1989 e Terra Madre nel 2004, in piena “era internet”), che trovano nell’economia della condivisione il punto d’incontro.
Un confronto replicabile sempre nel rapporto tra l’uomo, inteso come animale sociale, e internet.




Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

lunedì 9 dicembre 2013

Google sull’Italia (non) digitale.

Due numeri hanno contribuito ad alimentare la speranza di uscire dalla crisi durante il BTO 2013 di qualche giorno fa: +1% sul PIL e +250.000 posti di lavoro sarebbero la conseguenza, in termini economici, del recupero del divario rispetto alla media europea della digitalizzazione dei contenuti in Italia, per il settore del turismo. Questo afferma Google sulla base di uno studio commissionato ad OxfordEconomics, una società di consulenza internazionale che fornisce previsioni economiche per istituzioni e aziende in espansione all’estero.
La ricerca, divisa in sette punti, assume come ambiente di riferimento il turismo in Europa e il rapporto con i contenuti in rete per poi focalizzarsi su tre paesi, Grecia, Italia e Spagna, simili per essere tra le destinazioni europee più visitate e per essere un po’ più indietro degli altri nella digitalizzazione. Insieme al Portogallo sono anche uniti nell’acronimo dispregiativo (PIGS) con cui si accomunano gli stati con situazioni finanziarie in difficoltà.

Lo scenario descritto nell’analisi è quello di un continente dove la penetrazione di internet raggiunge almeno il 60% dei nuclei familiari per ogni paese e dove normalmente i paesi con oltre l’80% della popolazione online sono i più ricchi e l’e-commerce conquista fette più ampie di mercato.
Nel settore turistico, i contenuti digitali hanno superato per importanza le fonti di informazioni di viaggio più tradizionali (cataloghi, guide, tv, giornali ecc.) e il 40% degli europei usano internet a fini di ricerca turistica, mentre meno del 25% effettua poi la prenotazione online. Vista la situazione per singoli paesi, tali percentuali possono sull’uso del web essere più o meno distanti tra loro, in base al grado di maturazione del mercato online. 



Tra l’altro proprio il gruppo di paesi, dove l’uso turistico di internet, sia per le ricerche che per le prenotazioni, è più alto, rappresenta la fonte più importante di domanda turistica internazionale per Grecia, Italia e Spagna.
Le prime due però segnalano, dal lato dell’offerta, quote in termini di fatturato e di strutture che vendono online più basse rispetto ai partner europei.



Sembra quasi che esista una proporzionalità inversa tra l’attrazione turistica e di uno stato e la digitalizzazione dei propri contenuti turistici e delle proprie aziende. Di sicuro c’è una arretratezza in termini infrastrutturali, ma ci sono anche degli ostacoli culturali da superare. La ricerca, infatti, fa riferimento ad un sondaggio sulla fiducia che gli acquirenti hanno sul mercato online e sono proprio gli stati meno digitalizzati dove si registra una fiducia abbastanza bassa (con l’eccezione di Germania e Francia). Tra l’altro una bassa fiducia che si riscontra pure nell’uso delle carte di credito (escludendo stavolta Germania e Francia).



Spostando l’attenzione sugli aspetti economici della questione, la ricerca individua il valore corrente dei contenuti online dei paesi di destinazione, per poi valutarne i possibili sviluppi. L’elaborazione inizia con la valutazione dell’importanza dei contenuti online nei principali mercati di origine (quelli che poi fanno maggior uso di internet), mappando la domanda sulle tre destinazioni considerate. Si valuta quindi che ad ogni aumento percentuale del 10% delle ricerche online sui viaggi, l’incremento della spesa media per viaggio oscillerà tra l’1 e il 2%.
I contenuti online permettono di conoscere maggiormente le destinazioni e i servizi offerti, con un impatto economico che deriva da tre motivi principali: Prima di tutto, incrementando il numero di visitatori, anche se, man mano che si presentano online più destinazioni, la gara per accaparrarsi un numero finito di turisti si fa più intensa. In secondo luogo, la maggiore conoscenza delle attrazioni può spingere i turisti a cimentarsi in più attività durante un viaggio, facendo lievitare la spesa media giornaliera. I visitatori possono anche voler arricchire la loro esperienza e spingersi a visitare destinazioni più costose. Infine, i turisti possono essere indotti a prolungare il soggiorno nelle destinazioni per intraprendere altre attività o visitare attrazioni che hanno ricercato online.

Cosa suggerisce, quindi, la ricerca:

  • gli operatori devono sviluppare la propria presenza online in più lingue come primario canale di promozione e vendita, e su più piattaforme;
  •  sviluppare i contenuti online del turismo culturale: tra l’altro, una sezione (la 4) della ricerca è dedicata al turismo culturale, alle sue motivazioni e alle ricerche sul web per questa particolare e importante area, con riferimento anche all’opportunità data dal programma della designazione della capitale europea della cultura;
  • gli enti pubblici possono collaborare con il settore privato per migliorare il contenuto turistico culturale online: anche soltanto l’incremento dei contenuti culturali online farebbe crescere dello 0,3% il Pil in Italia con 75.000 nuovi posti di lavoro;
  •  utilizzo dei social media e stimolo ai clienti a fornire commenti e suggerimenti, ed anche sui social la ricerca offre qualche numero interessante: il 52% degli utenti su Facebook ha dichiarato che vedere foto delle vacanze di amici li ha invogliati a prenotare un viaggio per la stessa destinazione e il 34% dei viaggiatori europei afferma di essere influenzato nelle decisioni di viaggio dall’opinione di persone conosciute ‘solo’ in rete.


Difficile dire se queste previsioni possono indovinarci in termini di aumento dei posti di lavoro, ma di sicuro il canale web, nelle varie piattaforme possibili, non è più un fenomeno nuovo, è un mercato aperto e globale che facilita in modo impressionante il contatto tra domanda e offerta. E diventa lapalissiano che laddove non si è sviluppato completamente, può contribuire allo sviluppo del mercato con conseguenze economiche positive. All’Italia e agli italiani serve uno scatto culturale in avanti (e di apertura mentale) per potercisi buttare.



La ricerca completa la potete trovare qui.
E quello che ha intenzione di fare Google Italia a riguardo nel post precedente (Made In Italy).



Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

martedì 9 luglio 2013

Dal Grande Orecchio al Grande Occhio: il nuovo Google maps.

A febbraio dell’anno scorso (La Grande G o il Grande Orecchio) riflettevamo sulla capacità di Google di acquisire informazioni degli utenti grazie agli strumenti gratuiti che mette a disposizione di tutti e il cui uso permette di profilarci. Il nuovo Google Maps (ancora in versione Beta, ma si può chiedere l’invito ad usarla) si adatta proprio in questo senso. Nella presentazione si dice infatti che si tratta di “una mappa che migliora con l’uso”, e in effetti utilizza le informazioni che ha sull’utente per dare i più suggerimenti più adatti. Un miglioramento questo di cui non si potrà non tener conto da parte delle aziende, turistiche in particolare.
L'Argentario in prospettiva

Anche, e soprattutto, per le recensioni che gli utenti possono lasciare sulle singole attività e che a loro volta “taggano” l’attività stessa: si nota che le parole chiave che sulla scheda dell’attività quando si clicca su di essa nella mappa, traggono origine dalle recensioni più che dalla descrizione del proprietario.

L’integrazione con Google Earth, il carousel (una striscia di immagini, video e street view relative alla mappa selezionata), la possibilità di esplorare in prospettiva e la ricerca facilitata degli itinerari arricchiscono e semplificano l’uso della mappa.


Se tre sono le cose importanti per un’attività turistico ricettiva - location, location, location! -, il mondo di Big G prenderà un posto sempre più rilevante nella gestione della comunicazione, dalle grandi alle (soprattutto) piccole realtà.


Quale sarà il prossimo passo? In diretta satellitare?





Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

domenica 12 febbraio 2012

Pinterest, avanti un altro (social)


Durante un corso Slow Food sui dolci (perché dobbiamo anche trattarci bene con cose meno virtuali), alla domanda circa i dosaggi di una ricetta, la risposta «un chilo, un chilo e un chilo», fatta naturalmente a mo’ di battuta, ci spiazzò, diventando un “tormentone”. Ed è strano come la mente possa fare certe associazioni di idee, in questo caso tra una battuta e un nuovo social network, Pinterest, che mi appare come una sorta di mix tra Flickr, Twitter e Facebook.
Non so se possa valere la stessa proporzionalità degli ingredienti, ma l’impressione è che Pinterest ha delle caratteristiche similari ai tre social più “vecchi”: di Flickr naturalmente le immagini e i video che ne rappresentano i contenuti portanti, di Twitter il sistema di “following” unilaterale (io seguo te, senza la necessaria reciprocità), di Facebook la possibilità dei “like” e dei commenti ai post.

Pin significa puntina o spillo, interest è interesse e il sito permette di “pinnare” e quindi spillare su una bacheca (board) un’immagine di proprio interesse: ogni profilo-utente (account) può avere una serie di board che possono riguardare un argomento, un interesse, un tema, un evento, dentro cui si possono “pinnare” foto (e video), sia caricandole direttamente (upload) sia attraverso link. Questo aspetto è molto importante ai fini del traffico online da incanalare verso i nostri siti internet, visto che questo nuovo social, nonostante sia ancora “chiuso”, ad invito, ha già raggiunto 10 milioni di utenti in 9 mesi di vita e soprattutto, come spiega il Tagliaerbe, è già uno dei principali generatori di traffico, con grandi potenzialità di aumento (V. tabella sotto: il confronto tra i vari social).


Inoltre le nostre bacheche possono essere anche essere riempite di contenuti da parte di altri utenti, ovviamente col nostro permesso.

La rete social viene quindi formata seguendo singole board degli altri utenti oppure tutte, mentre si può esplorare il sito attraverso macro-argomenti (travel&places, art, education, gardening, humor, my life, photografy,ecc. ecc.) a cui, tra l’altro, vanno collegate anche le nostre bacheche.
Infine, la peculiarità più rilevante è data dal fatto che i contenuti sono formati da immagini e relative didascalie, quindi il modo più semplice, veloce e potenzialmente “impattante” (da un punto di vista marketing) possibile. Come ormai vale per tutti i social, ogni contenuto inserito può essere “amplificato” automaticamente attraverso gli altri social, oltre al fatto dell’opzione mobile. Magari il prossimo passo sarà la geolocalizzazione dei post e quel pizzico di Foursquare potrebbe completare l’opera.

Per chi impazzisce con i social, Pinterest può davvero provocare dipendenza, anche perché nell’esplorarlo ci si può realmente perdere e seguire board a non finire. J
Personalmente, navigando su Pinterest, la sensazione è quella di un ambiente internazionale, tanto che mi viene automatico scrivere le didascalie in inglese. Sarà anche che l’uso delle bacheche e degli appunti spillati sopra fa più parte di un arredamento domestico americano.
Una cosa è certa: è già considerato il social media del 2012 e di conseguenza un nuovo canale di marketing (vedi anche, tra gli altri, manuale di lavoro) per le nostre attività.


Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

lunedì 6 febbraio 2012

La grande G o il grande Orecchio


Dal primo di marzo prossimo entreranno in vigore le nuove norme sulla privacy di Google: in pratica tutti i servizi di Google avranno un’unica normativa “più semplice e intuitiva”, come è scritto nella presentazione. Peccato che non la legge nessuno.
Ammettiamolo sinceramente: quando apriamo un account o ci registriamo in qualsiasi sito o servizio web, al momento di flaggare o accettare la normativa sulla privacy e i termini di servizio, lo facciamo automaticamente e clicchiamo velocemente sul tasto “prosegui” o “avanti”, senza leggere niente.

Del resto la privacy è come l’acqua, ci accorgiamo della sua importanza quando, insaponati sotto la doccia, viene a mancare all’improvviso.
A maggior ragione se, sempre leggendo la presentazione della nuova normativa, ci dicono che “la protezione della tua privacy non è cambiata”, motivo in più per non perderci troppo tempo.

Comunque, scorrendo la “notifica di cambiamento”, Google, molto onestamente, ci informa che sa tutto di noi e lo utilizzerà per fini commerciali e pubblicitari. Infatti, oltre ai dati che forniamo in modo volontario (quelli per registrarsi sui suoi servizi), Big G conosce i nostri dispositivi (pc, ipad, iphone ed eventualmente anche il nostro numero di cellulare), tutti i nostri log (come e quando utilizziamo i suoi servizi, con quali browser e programmi, quali richieste facciamo al motore di ricerca, ad esempio, ecc.), sa cosa stiamo facendo, dove siamo (tramite il GPS, e a questo punto, dove andiamo) e come siamo (i nostri gusti, i nostri hobbyes, ecc.).
Insomma, se acquistate dei vestiti online, potrebbero scoprire pure se negli ultimi tempi siete ingrassati.

Tutte queste informazioni non rimangono chiuse nella memoria di Mountain View, ma possono essere fornite anche ad organizzazioni esterne a Google (col consenso dell’utente), ad amministratori di dominio e – scrivono – “alle affiliate o ad altre aziende o persone fidate affinché li trattino per noi in base alle nostre istruzioni”. Quali siano i criteri affinché si possa rientrare tra le “persone fidate”, non viene indicato.
Va anche detto che si può entrare in alcune aree del pannello di controllo di Google, ad esempio per visualizzare e modificare le preferenze relative agli annunci. Ciccando qui si entra nel “Gestione preferenze” e ognuno di noi può vedere con quali gusti ci hanno “profilato” e di conseguenza quali tipi di messaggi pubblicitari ci fanno scorrere mentre mandiamo una mail o leggiamo un blog (in particolare cliccate su "annunci sul web"). Se poi andiamo a modificare questi dati, aiutiamo ancor di più la Big G ad indirizzarci meglio la pubblicità.

Del resto Google non è solo un motore di ricerca, è anche:
§    una mail (Gmail) semplice da usare e con una memoria in continua espansione (nel momento in cui scrivo ho 7676 MB a disposizione);
§       un social network (G+) che integrandosi col motore di ricerca (G search plus world) permette di personalizzare alcuni risultati attraverso i contenuti delle proprie cerchie di amici (cosa che sta facendo infuriare Facebook e Twitter);
§       una mappa (google map/places) e ci dice dove siamo o dove è ciò che cerchiamo (e con street view ti fa vedere il luogo cercato);
§         Youtube, quindi video, ma anche un motore di ricerca molto usato negli States;
§         Panoramio, quindi foto geolocalizzate;
§        un archivio di documenti (Documents);
§       un motore di ricerca per hotel (google hotelfinder) con relativa possibilità di prenotare (non ancora in Italia);
§         una community di “recensori” di hotel (hotpot);
§         un browser (Chrome);
 e tanto altro ancora.....

Tanti sono i servizi che offre, altrettante le possibilità di acquisire dati degli utenti (a mezzo cookie e pixel tag) e quindi veicolare in maniera più puntuale e più mirata la pubblicità. Non dimentichiamoci che il fine ultimo è quello commerciale, visto che la gratuità dei servizi non è motivata dalla filantropia.
Insomma, ognuno di noi è schedato in tempo reale. 

E ce lo dovevamo accorgere subito, da quando è nato e a cominciato a imperare in rete: la “G” è simile ad un orecchio e le “o” che si moltiplicano al termine di una ricerca sono paragonabili a tanti occhi. Come  per Tripadvisor, anche il logo di Google è stato smascherato! J



Ma non sappiamo cosa potrà succedere in futuro, dato che sono milioni gli utenti “profilati”, di cui cioè Mr G sa tutto (dai dati anagrafici alle preferenze personali in vari campi), ed è quasi un monopolio in alcuni settori della vita online. Un finale, con un mondo totalmente online e gestito, come un impero, dal controllo di Big G, potrebbe essere scritto da Isaac Asimov, ma va oltre le nostre rotte.

Intanto facciamo il tifo per Volunia (che sarà presentato oggi), anche solo per cambiare un po’….

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