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martedì 18 novembre 2014

Turismo e Made in Italy, ancore di salvezza

Sembra il solito mantra retorico, eppure lo dicono tutti, in particolare i consumatori globali, che il Made in Italy e l’accoglienza del nostro paese sono valori unici e irreplicabili, i quali, se ben sfruttati, sarebbero il miglior volano di sviluppo possibile.

Tuttavia è quanto si deduce mettendo a confronto due ricerche, pure se dalle diverse caratteristiche e dalla differente valutazione finale del nostro status attuale.

Partiamo da quella che offre il risultato peggiore, il Country BrandIndex 2014/2015. La ricerca svolta da FutureBrand deriva dalla elaborazione, qualitativa e quantitativa, di risposte a questionari di 2.530 opinionisti e viaggiatori d’affari o per piacere, e determina la classifica della reputazione di 75 paesi. Quest’anno “vince” il Giappone, mentre l’Italia perde tre posizioni rispetto all’anno passato e si colloca al 18° posto.


Ormai la perdita di posizione nelle varie classifiche che spesso gli organi di informazione ci leggono non è più una notizia. Purtroppo.
Andando un po’ più nel dettaglio della ricerca, ci salviamo, anzi siamo primi, nelle sotto-classifiche relative al Turismo e al Patrimonio artistico e culturale. Nelle altre (Sistema di valori, Qualità della Vita e Potenzialità per il Business) non ci affacciamo nelle prime, considerate le nostre svariate problematiche come sistema-paese; lo stesso accade riguardo al parametro del “Made In”, in pratica la percezione di brand relativa all’origine delle merci prodotte in quel determinato paese, in base alla loro autenticità, unicità, qualità e forza nel creare un desiderio di acquisto nel consumatore.
Risultato quest’ultimo preoccupante, che scalfisce anche le nostre sicurezze nel Made in Italy.



Al contrario, invece, di quanto avviene nel “Rapporto sulla percezionedell’Italia turistica” a cura di Antonio Preiti (Sociometrica/Expert System, luglio 2014).
Questa ricerca si basa sull’analisi semantica di 570.000 post in lingua inglese pubblicati sui social media tra marzo e luglio di quest’anno da parte di turisti. In pratica il “passaparola online”, senza limiti, spontaneo e libero di ospiti (di lingua inglese) che hanno avuto un’esperienza di viaggio nel nostro paese, che la attuale tecnologia permette di dare un ordine e una sistematicità così da poter dar sintesi a cosa dicono di noi. E fondamentalmente ne dicono bene.


Dal rapporto si desume infatti che l’Italia turistica vince sull’Italia in generale: alla prima vengono attribuiti 77 punti su una scala di 100, mentre alla seconda 64.


Interessante vedere cosa piace in particolare: il mondo del cibo e del vino è al primo posto, segue l’Italia urbana delle piazze e l’Italia naturalistica delle spiagge. Nei posti immediatamente sottostanti di questa speciale classifica ecco lo shopping, grazie al “made in italy” della moda e dell’artigianato, e quindi i bar come ulteriore e particolare indicazione della grande famiglia della cucina.

Ma più interessante andare a capire in cosa pecchiamo. Laddove il rapporto tratta della percezione della qualità dei servizi, l’indice di valutazione si abbassa, pur non sprofondando, ma emergono con più forza alcune criticità.
In particolare la ricettività ottiene la miglior considerazione da parte dei turisti, pur difettando nei prezzi eccessivamente alti rispetto a quanto promesso ed offrendo meno dell’indicato dalla categoria d’appartenenza. A pari posizione i musei, ovviamente per il “prodotto” unico che offrono, ma con problemi legati ai servizi che non ne permettono una soddisfacente fruizione. Treni, aeroporti e taxi possono formare un tutt’uno legato ai trasporti dove i nostri turisti riscontrano i principali problemi.


Emerge quindi un paese bellissimo da visitare, perché l’esperienza soddisfa quello che è il sogno che si fa prima di partire, col rischio tuttavia di vederlo infranto a causa di servizi non adeguati, spesso non da paese europeo. Un rischio forte, perché, come giustamente si afferma a premessa del ranking specifico delle destinazioni turistiche, il turista valuta in base all’esperienza che riservano, o almeno hanno riservato in specifico a coloro che sono stati in vacanza e vi hanno dedicato un post. Non è un giudizio oggettivo, semmai ce ne potesse essere uno sull’estetica, ma è la sommatoria di giudizi soggettivi, che ha una forza oggettiva clamorosa. D’altro canto i turisti, gli ospiti di una località, sono dei soggetti, hanno un’esperienza e su questa base si fanno un’idea e poi la esprimono. Questo dato è preziosissimo, perché ogni valutazione, che vorrebbe essere oggettiva, si scontra con la scelta dei criteri da adottare e sulla titolarità di chi li esprime. Ma il turismo non è valutazione paesaggistica, non è storia dell’arte, non è un esame dell’organizzazione logistica di un luogo, ma esperienza soggettiva e come tale valutata. Si tratta di rimettere il turismo, l’esperienza turistica, sui suoi piedi, che sono esattamente quelli dei turisti. È un dato prezioso, perché si ascolta la voce dei protagonisti, di quelli che acquistano i servizi e che poi effettivamente li utilizzano.
Per la cronaca lo scettro di questa speciale classifica va a Taormina.


Nel tirar le somme i due report sopra descritti, con tutti i limiti che si vogliono e pur con la differente valutazione del “Made in Italy”, offrono la stessa lettura del sistema-paese: risorse che rappresentano un unicum nel mondo, che non possono essere copiate o surrogate, ma che non riescono a diventare fattori produttivi (quando non riusciamo a depauperarli irrimediabilmente) per l’industria dell’ospitalità e per la nostra economia.



Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

sabato 1 dicembre 2012

#BTO2012


Andare alla BTO è un po’ come passeggiare in montagna per respirare aria buona: lì si respira futuro.
Con una differenza: se torni dalla montagna, al ritorno ritrovi la stessa aria di quando sei partito e non puoi farci niente; se torni dalla due-giorni fiorentina, al rientro puoi soffiare quanto hai inalato in BTO, contribuendo, anche se in piccolo, a costruire quel futuro che hai apprezzato.

Per quanto mi riguarda, la BTO non ha disatteso le aspettative e ho seguito (quasi) pedissequamente il programma-tour che mi ero prefissato: in parte scientifico, in parte operativo.

C’è un filo rosso che ha collegato molti degli interventi seguiti: la reputation; che è stata, in particolar modo, analizzata fino all’osso dal seminario di Francesco Tapinassi nella Cassetta degli attrezzi (la buona novità in BTO) e sicuramente ben presto ritroveremo la presentazione sul suo profilo in slideshare. Il messaggio lanciato, non solo in questo seminario, è quello di non aver paura di Tripadvisor e, in generale, delle reviews rilasciate online dai turisti. Anzi, c’è la possibilità concreta di farle proprie, sia quelle positive che quelle negative, come reale strumento di marketing, come metodo di (auto)controllo della qualità dei servizi offerti e della comunicazione dell’immagine aziendale.

Si è parlato di reputation e di social anche in un momento dedicato all’enogastronomia: anche la ristorazione è ovviamente coinvolto nelle dinamiche del 2.0, ma, a mio personale parere, “soffre” di difficoltà maggiori, sia perché è un settore non naturalmente proiettato online come quello alberghiero, sia perché il sapore di un piatto è quanto di più personale (e difficile) si possa descrivere. Questo è una tematica che andrà approfondita sicuramente (nel frattempo, speriamo che nessuno faccia recensioni sul catering e sul servizio bar della Fortezza da Basso J).
Di risultati, sempre in termini di reputation, si è parlato per la Maremma: in uno degli ultimi panel, è stata (orgogliosamente) presentata una ricerca sulla brand reputation della nostra provincia che incassa un GRI (global review index) pari all’ 86,3%.

a sinistra Sergio Farinelli e Francesco Tapinassi

Anche in altri panel si è parlato di territorio e di come viene raccontato, non solo in termini di giudizi. Infatti, non ho potuto mancare di seguire “Lo storytravelling collaborativo”, quasi la seconda puntata del percorso iniziato nel 2011 “dallo storytelling alla content curation”: qui gli speakers, Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, hanno messo l’accento sull’importanza di vivere (o far vivere) un luogo, come se ci si abitasse da sempre, perché solo così lo si può apprezzare e quindi raccontare agli altri, con tutti i sapori, i suoni, le emozioni, le immagini che l’esperienza può lasciarci dentro.

Il tema del racconto e della sua condivisione diventa il nucleo centrale del nuovo modo di fare marketing: "don't just tell a story, give a story to tell" (non raccontare una storia, ma dai una storia da raccontare) è il concetto su cui si è basata l’azione promozionale turistica dell’Australia (There’s nothing like Australia) e che ha utilizzato, attraverso gli strumenti social, i contenuti (non solo in termini di testi, naturalmente, ma soprattutto di immagini) degli utenti per far parlare di se. Ogni pensiero a come e a quanto potremmo fare in e per l’Italia è stato coincidente in tutti gli spettatori italiani in Main Hall, mentre scorrevano le immagini della presentazione.

un momento della presentazione di "There's nothing like Australia"


Infine, mi son piaciute un paio di idee, tramutate in servizi per gli hotel epresentate da due aziende che ho avuto modo di conoscere. Perché, in effetti, a volte non ci si pensa, ma c’è anche un mercato in BTO, con stand di aziende a “caccia” di clienti-operatori - va detto che è una caccia molto social J.
Uno è Last Meter di iper.net, cioè l’idea di lanciare delle offerte legate allo spazio invece che al tempo: grazie al gps integrato negli smartphone è possibile individuare la posizione dei nostri potenziali clienti ed in base a quella offrire loro una determinata promozione (naturalmente grazie al proprio booking engine sul sito mobile).
L’altro è Zenvioo.com, un online social travel: uscirà agli inizi del 2013 e coniuga due possibilità, quella attraverso cui i nostri potenziali clienti possano rendere virali le nostre offerte e quella che un insieme di prenotazioni, legate alla stessa promozione, possono diventare un unico gruppo da gestire. Il tutto con un sistema di una certa dinamicità di prezzo.  


Questa la mia quarta BTO. E alla fine uno si domanda sempre: che ci si inventa il prossimo anno? ;)




Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo

venerdì 5 ottobre 2012

La sfida delle recensioni


La tematica delle recensioni online, negli ultimi mesi, ha superato il confine degli “addetti ai lavori”, tanto da trovare spazio sui quotidiani nazionali. 
La notizia però riguardava la guerra contro il “mercato” di quelle false. Tuttavia di giudizi non veritieri ce ne possono essere di diverso tipo (vedi anche il post “chi di recensioni ferisce….”): quelle acquisite in cambio di forniture è solo un’evoluzione della “provvigione” o dei “regali” che aziende o semplici rappresentanti, talvolta, offrono ai responsabili delle strutture in cambio di ordini. Cambiano i mezzi ma resta la mancanza di etica professionale. E probabilmente anche la percentuale di operatori che usa questi metodi è la stessa, sia online che offline.


Il dibattito, così impostato, mette però in ombra la reale questione: le recensioni vere. Perché se è vero che il passaparola si è amplificato sui siti come Tripadvisor, Trivago e simili, dando in mano ai nostri ospiti un grosso strumento di influenza, anche agli operatori è data una possibilità che con il passaparola offline non c’era: le risposte.
La semplice considerazione da fare è quella che se un potenziale cliente-ospite sceglie la struttura anche attraverso il confronto dei giudizi che trova online, è normale che lo faccia anche leggendo le risposte, e più è interessato all’hotel o al ristorante e più approfondisce, cercando di capire se quello che ha trovato è effettivamente cosa sta cercando.

E’ quindi necessario affrontare sullo stesso terreno quei giudizi che non danno l’immagine che ci piace di più o fanno più grande del dovuto un imprevisto accaduto durante il soggiorno. E’ una vera e propria sfida su un campo che potenzialmente può essere letto in tutto il mondo e sul quale si gioca la nostra credibilità: perché chi risponde ci mette la faccia, mentre, spesso, lo “sfidante” no. E per un pubblico internauta maturo (o quantomeno che sta maturando nel tempo) il peso è diverso.

Ribaltare un commento negativo, cercando di dare motivazioni che non siano solo vuote giustificazioni, convincere il lettore della buona fede di chi risponde e della “supremazia” della risposta rispetto alla recensione, superare le potenziali diffidenze che le inesattezze di un giudizio ci possono danneggiare, vanno considerati come punti da conquistare in una virtuale “sfida” con il recensore.

E allora perché preoccuparsi se gli sposi che hanno scelto il ristorante del nostro albergo per il ricevimento di nozze giudicano “la spiaggia sporca e poco curata”, rispondiamo pure dicendo la verità e che “Ci spiace che la spiaggia, che nulla entrava nella organizzazione del ricevimento, venga considerata poco curata, ma trovandosi di fronte al mare aperto e non più occupata dalla nostra attrezzatura (il nostro servizio era terminato il 15 settembre) risultava già in balìa delle condizioni meteo-marine.”
Oppure se qualcuno si lamenta che il wifi non funzionava, specifichiamo meglio i fatti, visto che magari andava bene con l’iphone ma non con un portatile con windows vista e non siamo tecnici (vita vissuta).
In altri casi bisogna anche saper ammettere che dei misunderstanding possono capitare, garantendo che è stato un episodio naturalmente da non ripetere.

Poi c’è chi va oltre la sfida.

Mi piace prendere ad esempio le repliche di un hotel, il Montaperti di Asciano (Si), dove il responsabile delle pubbliche relazione, Nico, prende sempre la palla al balzo, non solo per una semplice risposta ma anche per lanciare messaggi ulteriori (su Tripadvisor, naturalmente).

E l’idea di dare un titolo sintetico alla risposta, la pone al pari della recensione.

Mentre lanciare messaggi allo stesso Tripadvisor, va oltre ogni immaginazione J


Questo è il nuovo mercato, delle conversazioni “amplificate”, e, nel bene o nel male, bisogna starci utilizzando le armi a disposizione, per lanciare la sfida, non per scappare. Perché anche Davide sconfisse Golia.



















Commentate pure, meglio però se non siete d’accordo.

sabato 25 febbraio 2012

Maremma 2.0, quasi 3



Non saremo in Alto Adige, che ha addirittura dimesso il numero verde spostando le informazioni turistiche su Facebook, ma anche la nostra terra di Maremma ha posto le basi per una rete sociale online.

Tutto è partito dall’innovazione innestata, dal 2009, all’operato dell’Agenzia per il Turismo, che nel corso dei suoi ultimi due anni di vita (causa tagli è stata soppressa a fine 2011) ha guadagnato l’appellativo di “2.0”, dando poi in eredità le fondamenta appena costruite agli uffici provinciali che l’hanno sostituita.
Con l’obiettivo di dare forza al brand Maremma, una delle azioni messe in atto dall’ex-APT è stata quella di offrire alle conversazioni turistiche la dimensione social del territorio grossetano, prima gestito dai vari uffici di informazione turistica, ora centralizzato da un unico management.
Troviamo quindi la pagina Facebook e il profilo Twitter, entrambi incentrati soprattutto sulla canalizzazione di informazioni generali, di immagini e storie, di aggiornamento sugli eventi, sul meteo (social pure quello, grazie a metwit!). Naturalmente il canale Youtube e la brand page di Foursquare, e i diversi tips (consigli) che vengono suggeriti via via che gli utenti fanno i loro check-in nei pressi di luoghi di particolare interesse turistico-culturale.
I quattro social sono, tra l’altro, nella home del sito mobile di “turismo in maremma”. Ma a questi si aggiunge un quinto moschettiere che è Pinterest.
Il nuovo venuto in Maremma è stato attivato poco dopo il post che ne parlava su questo blog e leggenda vuole che tutto ciò non è un caso. J
La scelta di Pinterest non poteva comunque che essere naturale, per la forza delle immagini che il paesaggio e la natura incontaminata della Maremma offre (nota campanilistica).
A completare il tutto, va segnalata poi la content curation su Paper.li, che permette di pubblicare periodicamente contenuti e tweet in un unico contenitore (The Maremma Toscana Daily), quasi fosse un giornale.

In parallelo al brand provinciale, si conferma nella dimensione social anche il ConsorzioMaremmare (un consorzio di operatori dei 5 comuni della zona sud: Isola del Giglio, Monte Argentario, Magliano in Toscana, Caparbio, Orbetello) con la pagina Facebook, il profilo Twitter e Pinterest, con l’obiettivo di far emergere una sorta di sotto-brand della Maremma che è la Costa d’Argento. Il Consorzio utilizza, oltre al web naturalmente, anche una piattaforma blog, dove vengono pubblicati i comunicati stampa; un blog che ha comunque necessità di maggiore interazione.

Se fino a qualche tempo fa, la parola Maremma, anche in rete, veniva associata ad epiteti più o meno grevi, del tipo “maremma maiala” (o “cignala”, per i più snob), oggi possiamo affermare che pure gli appellativi si sono adeguati al fenomeno web: Maremma Social!!!




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domenica 19 febbraio 2012

Non solo gesti d’amore per il #Giglio



Un’interessante e apprezzabile dichiarazione è stata espressa sulla situazione dell’isola del Giglio da parte dell’assessore regionale toscano al turismo, Cristina Scaletti, a margine della conferenza stampa alla Bit 2012.
Da toscana notizie del 16 febbraio: Riguardo alla situazione all’Isola del Giglio ha dichiarato che la Regione aprirà un canale preferenziale nei confronti della promozione turistica per l’Isola del Giglio. “Ma la prima promozione – ha sottolineato – è che tutti facciano un grande gesto d’amore andando al Giglio, che è un posto meraviglioso. Io ci sono stata in vacanza lo scorso anno, e quest’anno ci tornerò con tutta la famiglia”. C’è grandissima attenzione a tutto quello che sta accadendo all’Isola del Giglio e “noi non abbasseremo la guardia su questo territorio straordinario, patrimonio di tutti. L’Arcipelago toscano – ha concluso – non è solo della Toscana, ma di tutta l’Italia, di tutto il mondo”.


Non si può non essere d’accordo sul fatto che è necessario un intervento di promozione territoriale speciale sul Giglio a seguito del naufragio della Costa Concordia: se l’isola ormai è famosa in tutto il mondo per il tragico evento del 13 gennaio, facendo quindi scoprire un contesto naturale unico e irripetibile, nelle settimane successive a tutto questo si è affiancato il preoccupante messaggio del pericolo ambientale (quasi fosse imminente) e del possibile inquinamento, sia dell’isola che del vicino litorale maremmano.
Un rischio che, se anche ha una sua percentuale di probabilità, fino agli ultimi bollettini ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) è lontano dal verificarsi.
E’ in effetti in corso un’emergenza mediatica e comunicativa, che, anzi, è iniziata dal momento del naufragio. Sarebbe stato infatti necessario attivare sia un monitoraggio che delle azioni di “contenimento” rispetto alle conseguenze dei riflettori accesi sui rischi ambientali. Presto i riflettori si spegneranno e rimarrà il ricordo di un territorio contaminato, anche se la realtà dirà, speriamo, altre cose.
Il progetto di marketing territoriale “Voglio Vivere Così”, che privilegia, tra l’altro, gli strumenti del web 2.0, ben si adatterebbe ad essere uno strumento facilmente e velocemente utilizzabile e adattabile anche in situazioni straordinarie come questa. Avrebbe potuto essere quindi un’occasione per trasformare questa pericolosa deriva comunicativa in eccezionale opportunità promozionale per l’isola e per l’arcipelago toscano.
E questa situazione, in definitiva, fa comprendere come sia fondamentale predisporre degli strumenti “da protezione civile comunicativa” da attivare (nell’immediato) in questi casi di eccezionale gravità per l’immagine turistica dei nostri territori. 


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domenica 12 febbraio 2012

Pinterest, avanti un altro (social)


Durante un corso Slow Food sui dolci (perché dobbiamo anche trattarci bene con cose meno virtuali), alla domanda circa i dosaggi di una ricetta, la risposta «un chilo, un chilo e un chilo», fatta naturalmente a mo’ di battuta, ci spiazzò, diventando un “tormentone”. Ed è strano come la mente possa fare certe associazioni di idee, in questo caso tra una battuta e un nuovo social network, Pinterest, che mi appare come una sorta di mix tra Flickr, Twitter e Facebook.
Non so se possa valere la stessa proporzionalità degli ingredienti, ma l’impressione è che Pinterest ha delle caratteristiche similari ai tre social più “vecchi”: di Flickr naturalmente le immagini e i video che ne rappresentano i contenuti portanti, di Twitter il sistema di “following” unilaterale (io seguo te, senza la necessaria reciprocità), di Facebook la possibilità dei “like” e dei commenti ai post.

Pin significa puntina o spillo, interest è interesse e il sito permette di “pinnare” e quindi spillare su una bacheca (board) un’immagine di proprio interesse: ogni profilo-utente (account) può avere una serie di board che possono riguardare un argomento, un interesse, un tema, un evento, dentro cui si possono “pinnare” foto (e video), sia caricandole direttamente (upload) sia attraverso link. Questo aspetto è molto importante ai fini del traffico online da incanalare verso i nostri siti internet, visto che questo nuovo social, nonostante sia ancora “chiuso”, ad invito, ha già raggiunto 10 milioni di utenti in 9 mesi di vita e soprattutto, come spiega il Tagliaerbe, è già uno dei principali generatori di traffico, con grandi potenzialità di aumento (V. tabella sotto: il confronto tra i vari social).


Inoltre le nostre bacheche possono essere anche essere riempite di contenuti da parte di altri utenti, ovviamente col nostro permesso.

La rete social viene quindi formata seguendo singole board degli altri utenti oppure tutte, mentre si può esplorare il sito attraverso macro-argomenti (travel&places, art, education, gardening, humor, my life, photografy,ecc. ecc.) a cui, tra l’altro, vanno collegate anche le nostre bacheche.
Infine, la peculiarità più rilevante è data dal fatto che i contenuti sono formati da immagini e relative didascalie, quindi il modo più semplice, veloce e potenzialmente “impattante” (da un punto di vista marketing) possibile. Come ormai vale per tutti i social, ogni contenuto inserito può essere “amplificato” automaticamente attraverso gli altri social, oltre al fatto dell’opzione mobile. Magari il prossimo passo sarà la geolocalizzazione dei post e quel pizzico di Foursquare potrebbe completare l’opera.

Per chi impazzisce con i social, Pinterest può davvero provocare dipendenza, anche perché nell’esplorarlo ci si può realmente perdere e seguire board a non finire. J
Personalmente, navigando su Pinterest, la sensazione è quella di un ambiente internazionale, tanto che mi viene automatico scrivere le didascalie in inglese. Sarà anche che l’uso delle bacheche e degli appunti spillati sopra fa più parte di un arredamento domestico americano.
Una cosa è certa: è già considerato il social media del 2012 e di conseguenza un nuovo canale di marketing (vedi anche, tra gli altri, manuale di lavoro) per le nostre attività.


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lunedì 6 febbraio 2012

La grande G o il grande Orecchio


Dal primo di marzo prossimo entreranno in vigore le nuove norme sulla privacy di Google: in pratica tutti i servizi di Google avranno un’unica normativa “più semplice e intuitiva”, come è scritto nella presentazione. Peccato che non la legge nessuno.
Ammettiamolo sinceramente: quando apriamo un account o ci registriamo in qualsiasi sito o servizio web, al momento di flaggare o accettare la normativa sulla privacy e i termini di servizio, lo facciamo automaticamente e clicchiamo velocemente sul tasto “prosegui” o “avanti”, senza leggere niente.

Del resto la privacy è come l’acqua, ci accorgiamo della sua importanza quando, insaponati sotto la doccia, viene a mancare all’improvviso.
A maggior ragione se, sempre leggendo la presentazione della nuova normativa, ci dicono che “la protezione della tua privacy non è cambiata”, motivo in più per non perderci troppo tempo.

Comunque, scorrendo la “notifica di cambiamento”, Google, molto onestamente, ci informa che sa tutto di noi e lo utilizzerà per fini commerciali e pubblicitari. Infatti, oltre ai dati che forniamo in modo volontario (quelli per registrarsi sui suoi servizi), Big G conosce i nostri dispositivi (pc, ipad, iphone ed eventualmente anche il nostro numero di cellulare), tutti i nostri log (come e quando utilizziamo i suoi servizi, con quali browser e programmi, quali richieste facciamo al motore di ricerca, ad esempio, ecc.), sa cosa stiamo facendo, dove siamo (tramite il GPS, e a questo punto, dove andiamo) e come siamo (i nostri gusti, i nostri hobbyes, ecc.).
Insomma, se acquistate dei vestiti online, potrebbero scoprire pure se negli ultimi tempi siete ingrassati.

Tutte queste informazioni non rimangono chiuse nella memoria di Mountain View, ma possono essere fornite anche ad organizzazioni esterne a Google (col consenso dell’utente), ad amministratori di dominio e – scrivono – “alle affiliate o ad altre aziende o persone fidate affinché li trattino per noi in base alle nostre istruzioni”. Quali siano i criteri affinché si possa rientrare tra le “persone fidate”, non viene indicato.
Va anche detto che si può entrare in alcune aree del pannello di controllo di Google, ad esempio per visualizzare e modificare le preferenze relative agli annunci. Ciccando qui si entra nel “Gestione preferenze” e ognuno di noi può vedere con quali gusti ci hanno “profilato” e di conseguenza quali tipi di messaggi pubblicitari ci fanno scorrere mentre mandiamo una mail o leggiamo un blog (in particolare cliccate su "annunci sul web"). Se poi andiamo a modificare questi dati, aiutiamo ancor di più la Big G ad indirizzarci meglio la pubblicità.

Del resto Google non è solo un motore di ricerca, è anche:
§    una mail (Gmail) semplice da usare e con una memoria in continua espansione (nel momento in cui scrivo ho 7676 MB a disposizione);
§       un social network (G+) che integrandosi col motore di ricerca (G search plus world) permette di personalizzare alcuni risultati attraverso i contenuti delle proprie cerchie di amici (cosa che sta facendo infuriare Facebook e Twitter);
§       una mappa (google map/places) e ci dice dove siamo o dove è ciò che cerchiamo (e con street view ti fa vedere il luogo cercato);
§         Youtube, quindi video, ma anche un motore di ricerca molto usato negli States;
§         Panoramio, quindi foto geolocalizzate;
§        un archivio di documenti (Documents);
§       un motore di ricerca per hotel (google hotelfinder) con relativa possibilità di prenotare (non ancora in Italia);
§         una community di “recensori” di hotel (hotpot);
§         un browser (Chrome);
 e tanto altro ancora.....

Tanti sono i servizi che offre, altrettante le possibilità di acquisire dati degli utenti (a mezzo cookie e pixel tag) e quindi veicolare in maniera più puntuale e più mirata la pubblicità. Non dimentichiamoci che il fine ultimo è quello commerciale, visto che la gratuità dei servizi non è motivata dalla filantropia.
Insomma, ognuno di noi è schedato in tempo reale. 

E ce lo dovevamo accorgere subito, da quando è nato e a cominciato a imperare in rete: la “G” è simile ad un orecchio e le “o” che si moltiplicano al termine di una ricerca sono paragonabili a tanti occhi. Come  per Tripadvisor, anche il logo di Google è stato smascherato! J



Ma non sappiamo cosa potrà succedere in futuro, dato che sono milioni gli utenti “profilati”, di cui cioè Mr G sa tutto (dai dati anagrafici alle preferenze personali in vari campi), ed è quasi un monopolio in alcuni settori della vita online. Un finale, con un mondo totalmente online e gestito, come un impero, dal controllo di Big G, potrebbe essere scritto da Isaac Asimov, ma va oltre le nostre rotte.

Intanto facciamo il tifo per Volunia (che sarà presentato oggi), anche solo per cambiare un po’….

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mercoledì 25 gennaio 2012

Rotta sul #Giglio


(da www.ilpost.it)


Quel venerdì 13 gennaio dalle parti del sud della Maremma Toscana, ce lo ricorderemmo a vita, per quella che è stata una delle tragedie del mare che nessuno mai si sarebbe immaginato di vedere e molti di vivere.
Ma è stata anche, e in parte lo è mentre sto scrivendo, un grande evento di comunicazione mediatica, con tutte le contraddizioni in cui gli organi di informazione cadono inesorabilmente: qualunquismo, gossip, ricerca dello scoop a tutti i costi, il mostro in prima pagina, sensazionalismo, perdendo quindi l’obiettivo più concreto che dovrebbe essere quello di dare notizie.
Non si sono, però, sottratti ai difetti dei mass media tradizionali, i social network e i sociale media, a cui comunque si deve una maggior “vicinanza” all’evento, tanto che soprattutto nelle prime ore è stata la principale fonte d’informazione.
Le prime immagini sono, infatti, partite da Facebook grazie a utenti dell’isola e la notte è stata così raccontata quasi esclusivamente dai social network in attesa delle dirette dei canali tv all-news, prima stranieri (!) e poi italiani.

da facebook

Personalmente, ho seguito su Twitter, contribuendo in alcuni casi alla discussione grazie alla mia contiguità fisica all’isola, l’evolversi dell’onda comunicativa del naufragio della Concordia. Proprio su Twitter si sono “incontrati” nella discussione utenti comuni, professionisti della stampa, testate giornalistiche, sia cartacea che televisiva, creando un mix di dibattito, di opinioni, di notizie, tale che quel crogiolo di tweet era nello stesso tempo fonte (spesso non verificata) e destinatario di informazione. Un esempio tra tanti è stato quel video che riprendeva l’interno di una nave da crociera neozelandese mentre stava sbandando: moltissimi (io stesso) lo hanno condiviso e girato credendo fosse della Costa Concordia, e così anche i tg nazionali hanno divulgato una bella bufala.

google insight su "giglio"
La confusione delle notizie, unita alla voglia di essere l’”autore” della notizia sensazionale che pervade tutte le tipologie di social-utente, ha rischiato, e sta rischiando ancora, di dipingere un ambiente che sta compromettendo le sue caratteristiche di eccellenza naturale. Lo sanno sempre più persone (come si può vedere dalle ricerche della parola “giglio” su Google)  che tutta l’area dell’arcipelago toscano e dell’Argentario rappresenta un territorio dal paesaggio unico e che fa di questa risorsa insostituibile le fondamenta della sua economia turistica.
A 36 ore dalla tragedia, affianco alla drammatica contabilità dei dispersi e alle responsabilità del comandante, uno dei temi oggetto della discussione in rete era l’ambiente e l’alto rischio inquinamento. Dal rischio all’effettiva contaminazione ambientale, il passo può essere brevissimo, una sensazione o un’opinione o un sentimento può facilmente  diventare notizia, col risultato di fornire al mondo un’immagine di degrado ambientale delle nostre zone.

Ma la Rete ha espresso anche una grande emozione: dalla solidarietà ai naufraghi al grande cuore delle popolazioni del Giglio e di Porto Santo Stefano, dal coraggio dei soccorritori alle difficoltà della sicurezza a bordo della nave. Queste forti sensazioni, alimentate da immagini e video in continua “produzione”, hanno anche creato un sentimento di forte “vicinanza” al territorio e alle sue comunità. Tanto che ho trovato diversi esempi di di persone che hanno espresso il desiderio di voler passare le prossime vacanze nelle nostre zone. A prescindere dal flusso turistico del “dolore” e dei curiosi del breve termine (nel week end del 21-22 i traghetti per il Giglio hanno trasportato quasi tremila passeggeri in due giorni!), la carica emotiva dell’evento è stata così forte che nessuna azione di marketing territoriale avrebbe prodotto lo stesso risultato.

da facebook


Senza voler sembrare cinico, ma semplicemente realista, considerando in modo obiettivo il pur drammatico evento, queste conseguenze mediatiche hanno in sé, come detto sopra, rischi e opportunità. Rischi da contenere e controllare, opportunità da cogliere e sfruttare nel mercato turistico, con particolare riferimento al mondo del web 2.0 e dei social media. Mai come in questo momento, per l’arcipelago toscano, l’Argentario e tutta la costa Maremmana, il mercato è una conversazione in continua evoluzione da gestire e monitorare, naturalmente con tutto il rispetto del caso.

A questo punto del ragionamento, è d’obbligo il condizionale: sarebbe questo un compito da affrontare nell’ambito di una politica di marketing territoriale. Anzi, sarebbe stato opportuno un intervento di “emergenza” comunicativa per gestire e verificare notizie e flussi di informazione (anche emotiva) nei giorni, anzi nelle ore, immediatamente successivi al 13 gennaio.
Proprio in un momento come questo, purtroppo, (ci) è mancato e (ci) mancherà chi dovrebbe sovrintendere a questo delicato compito. Lo sapevamo prima e lo sappiamo adesso che la stretta sulla finanza pubblica ha ridotto le risorse sulla politica turistica regionale, ma a maggior ragione oggi tocchiamo con mano la mancanza di prospettiva e di visione al futuro su questa malaugurata scelta di tagli alla voce Turismo.



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